Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Quanto ha pesato la disoccupazione sul voto

Martedì, 06 Dicembre 2016

Due isolette del sì nella marea del no. La mappa di Roma, con le circoscrizioni del centro e dei Parioli baluardo altoborghese del Partito democratico (Pd), assediate dalla valanga dei quartieri dell’ex ceto medio, delle periferie sconfinate, delle zone declinanti come di quelle emergenti, insomma del resto del mondo, potrebbe essere una premessa fin troppo scontata al capitolo più dolente che il risultato del referendum apre per il Pd: la questione sociale, prima ancora che la ragione sociale, della sinistra. “Torna il problema delle periferie per il Pd”, dice l’Istituto Cattaneoguardando ai dati di Bologna.

Perché le borse non piangono per Renzi

Martedì, 06 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

 Meno 0,21. Tra i quasi venti punti di differenza che tra i No e i Sì che hanno prepensionato il governo Renzi e la percentuale da prefisso telefonico delle perdite della Borsa di Milano c’è un abisso. Lo stesso che separa le previsioni allarmistiche della vigilia sulle conseguenze finanziarie di una eventuale sconfitta dei Sì dalla calma piatta che ha caratterizzato tutti quegli indicatori ai quali solitamente si dà peso: primo tra tutti, quello dello spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi, che ha aperto il lunedì del dopo-voto con un piccolo sussulto (dai 161 punti base di venerdì a 172) per poi ridimensionarsi,  a fine giornata, attorno ai 166 punti. Il che non vuol dire che possiamo dormire sonni tranquilli: solo che, oggi come alla vigilia del voto, a preoccupare sono alcuni nodi irrisolti dell’economia pubblica e privata italiana, più che l’impatto politico del referendum.

La partita vera dell'economia comincia dopo il voto

Domenica, 04 Dicembre 2016

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Lunedì mattina, a risultato elettorale ormai acquisito, il primo test verrà dall’apertura dei mercati. Ma il secondo, ben più importante della prevedibile giostra degli indici, verrà dalla riunione dell’eurogruppo, nella quale tutti gli occhi saranno puntati sul ministro dell’economia Piercarlo Padoan. La riunione, convocata da tempo – e appositamente rinviata al dopo-voto – è dedicata al giudizio della manovra economica italiana, sulla quale gravano molti sospetti e preoccupazioni, tutti sospesi per la volontà delle istituzioni europee di non influenzare più di tanto il voto italiano. Ciononostante, l’Europa e il giudizio dei mercati sono stati il convitato di pietra di tutta la campagna elettorale, e saranno attori decisivi anche del dopo referendum. Quando i nodi verranno al pettine e, ancora una volta, avranno tre titoli fondamentali: debito, banche e crescita.

Statali e meccanici, contratti alla vigilia del voto

Venerdì, 02 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Nell’ondata di numeri che ci sommergerà da domenica sera in poi, teniamo a mente questo, che si può già scrivere: 4,9 milioni. È la somma dei lavoratori statali e metalmeccanici: 3,3 milioni i primi, circa 1,6 i secondi, tutti interessati, nel giro di pochissimi giorni, dal rinnovo del rispettivo contratto nazionale di lavoro. 92 euro l’aumento medio dei metalmeccanici, 85 quello degli statali. In poche ore, sono giunte a conclusione vicende lunghissime, trattative che duravano da mesi che hanno rinnovato accordi congelati da anni. Non è una cosa da poco, né una vicenda schematizzabile nella logica binaria sì/no che ormai caratterizza (speriamo ancora per poco) tutte le nostre giornate, dalla lettura dei giornali alle chiacchiere al bar a quelle sui social network. Si tratta della busta paga di fine mese di milioni di persone e famiglie, dunque merita una riflessione che va al di là della contingenza politica referendaria. Anche se non si può non partire da questa, che ha sicuramente aiutato lo sblocco dei contratti.

I mercati non votano

Mercoledì, 23 Novembre 2016

I mercati non si sono spaventati per la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti ma temono come la peste il fatto che in Italia la costituzione resti così com’è. Questa è la situazione, stando ai commenti, alle previsioni, alle analisi autorevoli sui mezzi d’informazione, alle voci sui mercati e anche al senso comune di tanti risparmiatori in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Se vince il no – l’ha scritto fuori dai denti il seguitissimo Wolfgang Munchau sul Financial Times, e in modo più blando il Wall Street Journal – si apre la giostra, parte un processo che può portare alla caduta del governo Renzi e, essendo l’Italia l’anello debole di una catena dell’euro già sgangherata, tutto può succedere.

Un azzardo giocare con i mercati

Mercoledì, 16 Novembre 2016

Commento pubblicato il 16 novembre dai quotidiani locali del gruppo Espresso

L’azzardo in politica può essere una virtù, ma se si combina con quel casinò planetario che sono i mercati finanziari può rovesciarsi nel suo opposto e comportare guai seri. Con l’avvicinarsi della scadenza referendaria, va montando la preoccupazione sugli effetti possibili del voto sui mercati e in particolare su quell’indicatore che, oltre a far variare il peso e la sostenibilità del nostro debito pubblico, ha già segnato morte e vita di diversi governi: lo spread. Ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e quello dei bond italiani, in sostanza quel che i governi pagano ai mercati per compensare “il rischio Paese”. Da qualche tempo quest’indicatore ha ripreso a salire, per cause diverse tra le quali c’è anche, ma non solo, la prossima scadenza elettorale. E ieri il premier Renzi ha deciso di impugnarlo come un’arma, commentando così i dati positivi sull’andamento del Pil: «Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread. Avanti tutta, l’Italia ha diritto al futuro”.

I ricchi e poveri. E Trump

Venerdì, 11 Novembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

“It’s the economy, stupid”: lo slogan con il quale Bill Clinton si prese la Casa Bianca nel ’92 è diventato un boomerang per sua moglie Hillary? Questa l’impressione che si ricava dalle prime letture del voto americano, e soprattutto dal passaggio in blocco verso Trump degli Stati detti della “rust belt”: o meglio della ex “cintura della ruggine”, ossia di quella che fu la culla dell’industria dell’acciaio. Ai democratici viene rimproverata l’incapacità di vedere le sofferenze economiche di uno strato sociale esteso e popolare. Eppure, negli Stati Uniti la Grande Recessione, iniziata nel 2008, è finita già nel 2010-2011; e lo scorso anno, per la prima volta dal 2007, il reddito mediano è aumentato, mentre il tasso di disoccupazione è al 4,9%. Se l’America profonda si rivolta e si consegna a Trump in una situazione del genere, cosa dovrebbe fare l’Europa piagata da una crisi durata per sei anni e da una disoccupazione quasi doppia?

Lavorare invecchia, soprattutto in Italia

Martedì, 08 Novembre 2016

“Siamo in otto, ai forni. Io, che faccio 60 anni quest’anno. Un collega più grande, ne ha 61 e deve stare altri due anni qui. Poi uno di 58 e un altro di 55”. La squadra dei forni alle fonderie Zen, in Sant’Agostino di Albignasego (provincia di Padova) è fatta per metà da operai sopra i 55 anni. Ce la presenta Diego Panizzolo, che è il secondo per età e precisa: ci sono anche “due ragazzi di 50-51 anni”, e infine due giovani veri, uno di 38 e l’altro di 35.

Non tutti i debiti sono uguali

Sabato, 05 Novembre 2016

Articolo pubblicato sul numero 22 (15 novembre 2016) di Rocca

Quanti sono duemila miliardi? Pochi, tanti, tantissimi? Il livello del nostro debito pubblico ha superato quota 2.000 (miliardi) nel 2013 e da allora non ne è più sceso, anzi è salito. A fine 2015 eravamo a 2.172 miliardi di euro, e a metà di quest’anno a 2.248. Ma per quanto impressionante possa essere questa cifra – che viene spesso declinata in teste, quanto debito abbiamo per ciascuno di noi, oppure in ore, a quale velocità cresce il nostro debito – non ci dice molto, se non la confrontiamo con altre. In primo luogo, con quello che il Paese produce: il famoso parametro del rapporto debito/Pil, che secondo gli obiettivi europei dovrebbe essere al massimo al 60% e invece è, per l’Italia, attorno al 132%.

Culle vuote per paura del futuro

Sabato, 22 Ottobre 2016

Commento pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 22 ottobre 2016

Culle vuote, anzi deserte. Se il 2015 è passato alla storia della demografia come l’anno del picco delle morti, il 2016 rischia di consegnare un altro primato, non meno triste. Lo ha notato ieri la Repubblica, mettendo in fila i dati mensili che arrivano dall’Istat sulle nascite, aggiornati a giugno 2016. Nei primi sei mesi dell’anno il trend discendente delle nascite è proseguito, anzi si è accentuato vertiginosamente. Tranne il mese di febbraio, tutti gli altri hanno consegnato sistematicamente un segno “meno” rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E così, nel primo semestre le nascite in Italia si sono fermate poco sopra quota 221.000, contro le 236.000 dell’anno precedente. In percentuale, si tratta di un calo del 6%. Per fare un confronto, basti dire che nel 2015 – che finora era considerato l’anno più negativo, quello nel quale si è scesi sotto la soglia del mezzo milione di neonati – la riduzione sull’anno precedente era stata del 3,1%.

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