Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

8 marzo nel segno del lavoro

Venerdì, 08 Marzo 2019

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Gedi

Di solito l’8 marzo si parla con il segno “meno”, denunciando quello che alle donne manca. Ed è giusto farlo, soprattutto in tempi in cui alcune conquiste di libertà delle donne date per acquisite sembrano essere a rischio. Ma è giusto parlare anche del segno “più”, spesso ignorato, in particolare in campo economico e sociale. Quando escono le statistiche sul lavoro, che appassionano tanto il tifo politico, quasi mai si va guardare la differenza nei numeri tra donne e uomini. Così è stato poco considerato, negli ultimi tempi, un dato importante sottolineato dall’Istat a dieci anni dall’inizio della crisi economica: la presenza femminile sul mercato del lavoro è aumentata, e si è ridotto il gender gap, la differenza tra donne e uomini, nel tasso di occupazione.

Per essere precisi, l’8 marzo del 2008, rispetto a oggi, c’erano circa 500mila donne occupate in meno. Mezzo milione: immaginate tutte insieme, sono una media città, un piccolo esercito che è uscito da casa ed è andato a lavorare. Nello stesso periodo gli uomini sul mercato del lavoro si sono ridotti di 388mila unità. Il tasso di occupazione femminile, attualmente al 49,6%, è ancora uno dei più bassi tra i Paesi dell’Unione europea; ma, sia pure lentamente, ha continuato a crescere.

Questa maggiore resistenza delle donne sul mercato del lavoro si deve a varie cause, non tutte positive. C’è il fatto che la crisi ha colpito di più i settori a prevalente occupazione maschile, e dunque in parte il gap si è ridotto non perché le donne stanno meglio ma perché gli uomini stanno peggio. C’è l’effetto delle riforme delle pensioni, che hanno tenuto le donne più a lungo al lavoro, per cui sono aumentate le lavoratrici più “anziane”. Inoltre, molti dei nuovi posti di lavoro sono in part time involontario (altissimo tra le donne), a termine, precari. Guardando ai settori economici, la nuova occupazione femminile si trova spesso in servizi poco produttivi e poco pagati. Per chi vuole vedere la parte mezza vuota del bicchiere, ci sono molti argomenti. Nella parte mezza piena, invece, oltre al fatto che comunque abbiamo mezzo milione di lavoratrici in più, ci sono tutti gli indicatori del “sorpasso” femminile, soprattutto nel campo dell’istruzione: le donne studiano di più (le laureate sono il 32,5% delle 30-34enni, contro il 19,9 degli uomini; il gap nei diplomi è a favore delle donne, per quasi quattro punti percentuali), sono meno presenti tra i Neet (i giovani che non studiano né lavorano: 11,3% delle donne 18-24enni, il 16,1 tra gli uomini), sono più spesso sovraistruite rispetto al lavoro che fanno.

L’Eige, l’Istituto europeo per l’eguaglianza di genere, elabora un indice annuale che vede l’Italia in quattordicesima posizione in Europa: il nostro punteggio è 62,1, contro una media europea di 66,2. Ma rispetto al 2005 si nota un progresso di quasi tredici punti che riguarda quasi tutti i campi di indagine, dal lavoro all’istruzione, dall’economia alla salute. Ma restiamo terribilmente indietro, per mancanza di progressi o scarsi avanzamenti, in due campi: potere e violenza. Cioè il peso delle donne nei luoghi in cui si decide, e la diffusione della violenza di genere. Qui la contraddizione tra i progressi femminili nella società e il modo in cui la società le vede e le ascolta è dirompente. Soprattutto nella politica, che continua a riproporre leadership,  vertici e decisioni solo maschili. E, sui temi delle relazioni sociali e della vita di coppia, vede avanzare una concezione della donna arretrata, pre-novecentesca, tutta dedicata alla famiglia e alla casa. Lo testimoniano lo scontro sul ddl Pillon e le uscite di alcuni esponenti della Lega: rivelatori di una cultura, e una parte politica, che non vuole fare i conti con il fatto che, in tanti campi, il sorpasso delle donne è già avvenuto.

 

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