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Povera scuola in povera Italia

Tagliata, ridotta, messa a dieta dalle scelte di bilancio ministeriali, e messa ai margini della grande politica, la scuola italiana vive un momento di grande interesse teorico: libri, convegni, ricerche, rapporti. Cresce il numero degli ricercatori e dei centri di studi che si occupano del sistema scolastico, vedendo nei suoi guasti la radice di molti mali. In particolare, di scuola si occupano molto gli economisti. Tra loro, non solo i consiglieri del principe (e della principessa), che a volte si trovano ad elogiare sui grandi giornali l’operato dello stesso ministro a cui prestano consulenze. Tra i tanti, segnaliamo qui due lavori recentissimi, che mettono la scuola al centro del caso italiano da due diversi punti di vista: la crescita economica e l’immobilità sociale.
Nel suo “Investire in conoscenza” (Il Mulino, 2009), Ignazio Visco analizza il deficit italiano in “capitale umano” per rintracciarvi il principale responsabile della scarsa crescita della produttività dell’ultimo decennio e l’unico possibile protagonista di una riscossa nel prossimo. “Capitale umano” è una definizione che piace molto agli economisti e poco ai maestri e agli allievi: che forse sono motivati da qualcosa di più, nella loro quotidianità, che dalle previsioni sui differenziali retributivi o sugli sbocchi aziendali dei loro sforzi. Ma, che ci piaccia o meno la definizione, al “capitale umano” si può guardare per capire quanto valore il nostro paese e la nostra società dà alla conoscenza: pochissimo, e non solo per il lascito storico di una tarda alfabetizzazione e di un lento recupero delle coorti successive al dopoguerra. Siamo e restiamo il paese europeo con il più basso tasso di laureati tra i venti-trentenni e con i quindicenni più ignoranti. Ma perché se ne occupa la Banca d’Italia – di cui Ignazio Visco, è vicedirettore generale, e il cui ufficio studi dedica da un po’ di tempo risorse e persone al tema scolastico? Che c’entrano la moneta, i conti con l’estero, i conti nazionali, con il fatto che molti quindicenni italiani non sanno spiegare perché si alternano notte e giorno? Il libro di Visco riassume qualche risposta a queste domande, semplificando l’esposizione di ricerche e proposte prodotte dal servizio studi della Banca. Qui semplificando ancora di più, si può dire che tutto nasce con l’euro. Finita la svalutazione come arma competitiva delle aziende italiane all’estero, e arrivata veloce la concorrenza del mondo globalizzato, la conoscenza diventa il fattore essenziale per recuperare produttività. E “conoscenza” vuol dire: il sistema dell’istruzione, dalla scuola dell’obbligo all’università. Carenti, secondo l’analisi del libro, per difetto di “valorizzazione del merito”: dove il termine, in realtà iper-inflazionato negli ultimi anni ma anche assai disatteso nei fatti, non sta ad indicare tanto un sistema meritocratico per i singoli individui, quanto l’introduzione di elementi di valutazione del lavoro e dei risultati a livello sistemico. Le proposte sul tappeto sono diverse, e vanno dalla riforma del reclutamento degli insegnanti (ricominciare a sceglierli, mettendo fine al trascinamento infinito delle graduatorie, e cercare di scegliere i migliori dei laureati di ogni generazione), alla loro valutazione e ai loro stipendi, alla concorrenza tra scuole. Contrariamente a quanto dice il ministro in carica, non sembra che in questo mondo concorrenziale sia attribuita grande importanza alla componente privata, almeno per quanto riguarda la scuola di base. Mentre viene messo sotto accusa il mondo delle imprese, sia per il loro deficit di investimenti in ricerca e sviluppo, sia per il loro scarso desiderio di laureati, testimoniato anche dalle loro (relativamente) basse retribuzioni, che non si spiegano in base alla semplice logica di mercato: da noi i laureati sono scarsi e pagati poco, mentre logica vorrebbe che una risorsa scarsa è ricercata e premiata dal mercato. Questo non succede – per tanti motivi legati a fattori istituzionali e sociali, e soprattutto alla struttura del sistema produttivo – e dunque si innesta un circolo vizioso, giacché i ragazzi e le loro famiglie non hanno forti incentivi a spendere tempo e denaro per arrivare alla laurea. Non è affatto vero, infatti, il luogo comune di cui si legge e si sente dire circa l’allargamento dell’università alle masse: nonostante la proliferazione di sedi e corsi, nonostante la riduzione (teorica) della durata degli studi e dei fuori corso, nonostante l’aumento – che ci è stato, ma da qualche anno si è fermato – degli immatricolati, in Italia l’istruzione universitaria non è affatto di massa ma riguarda una percentuale di giovani assai inferiore a quella degli altri paesi occidentali.
Con il che passiamo all’altro corno del problema. Cioè, per dirla senza mezzi termini, alla natura classista della nostra scuola e della nostra università. Una scuola e un’università che non modificano di una virgola le probabilità di mobilità sociale da una generazione all’altra, dunque sono modellate sull’esistente e l’esistente perpetuano: questo il quadro che viene fuori dal lavoro di Daniele Checchi e Silvia Redaelli, intitolato “Relazione tra ambiente familiare e acquisizione di competenze nei giovani italiani quindicenni”. Il saggio, in via di pubblicazione all’interno di un volume interamente dedicato all’Italia immobile, frutto di una ricerca interdisciplinare coordinata da Daniele Checchi che raccoglie i contributi di diversi studiosi sulle varie cause dell’immobilità (il reddito, l’istruzione, il mercato del lavoro, le professioni, le successioni … Il titolo è: “Immobilità diffusa. Perché la mobilità intergenerazionale è così bassa in Italia”), analizza i famosi dati Pisa dell’Ocse sotto un angolo visuale nuovo. I due economisti utilizzano infatti i dati Ocse-Pisa del 2006 – quelli che ancora una volta hanno certificato i risultati insoddisfacenti della scuola italiana nel contesto internazionale, basandosi sulle risposte date dagli studenti a test di lettere, scienze, matematica, problem solving – per cercare i nessi tra gli esiti scolastici dei figli e il background familiare. L’impatto del contesto familiare è analizzato attraverso tre diverse variabili: il gradi di istruzione dei genitori, il prestigio sociale della loro occupazione, le risorse educative presenti in casa. Ne viene fuori un peso costante del contesto familiare non solo sulle carriere scolastiche dei figli (i figli degli operai che non diventano dottori, per citare la famosa “Contessa”, sono ancora la maggioranza) ma anche sui loro rendimenti e sulle loro competenze. Il che non è facilmente spiegabile: se è chiaro infatti perché è più probabile che un figlio di genitori laureati consegna a sua volta la laurea, è meno chiaro perché la situazione familiare pesi sulle competenze matematiche di un quindicenne. E pesino in maniera crescente i fattori più legati allo status e al reddito che all’istruzione in sé: mentre infatti il peso relativo della laurea dei genitori scende, negli anni è invece crescente l’effetto del prestigio occupazionale dei genitori, delle risorse educative presenti in casa e del reddito. Cioè delle variabili socio-economiche, che diventano più importanti di quelle culturali. Tutti fattori che – dimostra lo studio – agiscono a monte, attraverso la scelta del tipo di scuola: cruciale soprattutto il passaggio dalle medie alle superiori, nel quale ancora prevale sulla valutazione del merito il background familiare.
Un sistema dell’istruzione così fatto potrà andare benissimo a chi nella “società immobile” ha già conquistato i posti migliori e all’ideologia della conservazione – che al massimo nella scuola cercherà e troverà costi da comprimere e clienti privati da accontentare. E’ questa la linea governativa, che a settembre farà riaprire le scuole con meno maestri e professori ma identiche inefficienze e ingiustizie. Ma cosa ne pensano tutti gli altri, dalle parti di quella sinistra che la lotta all’immobilità sociale dovrebbe avercela nel dna?

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