Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Abbiamo appena riscoperto il welfare. Ma non basta

Lunedì, 23 Marzo 2020

Malattia e disoccupazione. I sistemi di welfare sono nati, nel secolo scorso, per proteggere le persone da questi due grandi rischi della vita. In pochissimi giorni in tutte le capitali del mondo occidentale, di qualsiasi tendenza fossero i loro inquilini (lib o lab, d’élite o populisti, o tutte queste cose insieme come può succedere), si è di corsa tornati a frugare nella cassetta degli attrezzi del vecchio e vituperato welfare. Con un imperativo: fare presto. Ognuno ha usato quel che aveva sotto mano per la prima tranche del suo pacchetto di soccorso: sussidi, crediti fiscali, garanzie sui debiti, sospensione di pagamenti, prestiti a tasso zero alle imprese… In poche ore, la Germania ha cancellato anni di tormentato dibattito sul “black zero budget” – la regola del pareggio di bilancio sempre e comunque -, l’Unione europea ha sospeso il Patto di stabilità, la Bce ha sollevato le paratie e inondato di liquidità il sistema. Si discute sul come, sul quanto e sul dove, ma nessuno mette in discussione la premessa: solo l’intervento pubblico può salvarci, adesso.

Solo che molti strumenti non li sappiamo più maneggiare, o sono troppo vecchi per far fronte a un mondo che è cambiato rispetto all’epoca in cui sono stati inventati. Soprattutto nel lavoro. I primi dati ufficiali li avremo il primo aprile, ma si può già immaginare che marzo è stata un’ecatombe per il lavoro. La struttura della nostra occupazione è fatta, in grandi numeri, da 18 milioni di lavoratori dipendenti e 5 milioni di indipendenti. Nel primo gruppo, ci sono 3 milioni di lavoratori a termine che potrebbero già aver perso il lavoro, anche senza bisogno di licenziamento: quasi la metà dei contratti a termine infatti dura meno di un mese. Tra gli indipendenti, ci sono molti che affollano quel settore dei servizi di ristorazione e alloggi che è stato il primo a chiudere per crisi: circa 1,2 milioni di lavoratori. I lavori più penalizzati dall’epidemia, come racconta Annalisa Camilli in questo reportage, sono i più precari, i meno tutelati e peggio pagati. Ma – paradosso – anche i lavori più richiesti in tempo di epidemia sono quelli finora considerati ai margini, sottopagati eppure essenziali: i fattorini, i gestori delle microbotteghe alimentari, i lavoratori delle pulizie. Dunque da un lato abbiamo lavoratori deboli che diventano disoccupati e rischiano di cadere in povertà; dall’altro lavoratori deboli che diventano super-occupati e rischiano di cadere in malattia. . Come ha scritto Kenan Malik, “il coronavirus svela la fragilità della nostra società”.

Per tutti costoro, che sono più esposti, il primo intervento del governo italiano non è sufficiente. Ci è voluta una pandemia per superare d’un balzo i limiti dell’istituto della cassa integrazione, edificata sul modello del grande lavoro nella grande fabbrica: dal 17 marzo la cassa integrazione può essere chiesta anche dalle imprese con un solo dipendente e in qualunque settore sia stato colpito dall’impatto dell’epidemia. È un grande passo in avanti, ma non basta. Restano fuori i lavoratori temporanei, quelli che fanno dentro e fuori dai posti di lavoro, che al momento dell’epidemia si trovavano sfortunatamente fuori; restano fuori i dipendenti più prossimi ai lavori di cura e pulizia, i lavoratori domestici; restano fuori i cosiddetti “parasubordinati”, i cococo ai quali invece si darà l’indennità di 600 euro spettante agli autonomi. Forse per i lavoratori a termine i problemi tecnico-amministrativi sono rilevanti; ma per gli altri? Perché il datore di lavoro “famiglia” non può chiedere la cassa integrazione per la persona che non può più lavorare perché non può raggiungere la casa, oppure c’è paura che porti contagio, o perché deve accudire i suoi figli rimasti senza scuola? Perché non dara la cassa integrazione anche ai cococo, che di fatto stanno nei database aziendali e hanno buste paga?

Poi c’è l’universo “autonomo”, e la lunga fila di persone che chiederà l’indennità da Covid 19. Il presidente dell’Inps ha chiarito che non sarà l’ordalia del “clic day”, quello per cui si serve prima chi arriva prima, e chi arriva troppo tardi non trova più soldi. Ma fatto sta che un limite di spesa c’è, nel provvedimento, quindi il governo dovrà rifinanziare se le domande arrivate sono troppe. E ci si può anche chiedere se l’Inps, per le partite Iva della sua gestione separata, non poteva direttamente avviare la procedura; e quanto ci vorrà per tutti gli altri, la galassia dei professionisti che comprende dentro ricchi e poveri, oppure ex-ricchi ed ex-poveri. Fatto sta che 600 euro sono pochi, pochissimi, per chi davvero ha smesso o fortemente ridotto la sua attività per un mese, ma in quel mese deve pagare l’affitto (il credito d’imposta lo godrà l’anno prossimo), le bollette, e comunque mangiare e far mangiare la famiglia.

Per tutti costoro c’è bisogno di più soldi, e il più presto possibile; anche correndo il rischio di esagerare. In molti altri paesi economisti e politici insistono sull’importanza di aiuti “cash”, in contanti e subito. Stupisce che, avviando strumenti rodati e gloriosi ma – come si è visto – non buoni per tutti, il governo non abbia minimamente pensato di usare il reddito di cittadinanza, che è praticamente un buono-spesa i cui rubinetti si possono aprire  e chiudere in un attimo: perché? Nato come strumento contro la povertà, poi forzato in Italia come misura per avviare al lavoro, potrebbe forse essere utilizzato in emergenza come mezzo per aiutare i lavoratori impoveriti dallo choc del coronavirus, in assenza di altri strumenti validi.

Poi ci sono gli altri lavoratori marginali e preziosi, quelli dai quali dipende l’arrivo del nostro cibo, le consegne dei libri che non possiamo più comprare direttamente, e ogni altra distribuzione casa-per-casa. Se magazzinieri e rider piazzassero uno sciopero domani, metterebbero in ginocchio quel che resta dell’economia (e lo stanno facendo da qualche parte). Devono essere pagati tutti e pagati meglio: in parte saranno le nuove condizioni di forza, probabilmente, a far salire le loro retribuzioni. Ma devono anche essere tutelati dal rischio malattia. Perché allora i Comuni non organizzano i “loro” riders, non assumono direttamente e temporaneamente il servizio di consegna a domicilio per i beni essenziali, con un contratto “buono”? Sarebbe un modo per riconoscere il valore sociale del loro lavoro oggi, e chissà anche far salire quello economico, oggi e domani.

 

 

Aggiungi un commento