Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Alitalia atterra sulle elezioni

Martedì, 27 Febbraio 2018

Pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 17 febbraio 2018

Anche stavolta Alitalia è arrivata puntuale. Non sulle piste d’atterraggio – benché la notizia della sorprendente puntualità dei suoi voli abbia avuto un rilievo e una pubblicità enormi, degni di miglior causa – ma sulla chiusura della campagna elettorale. Come nel 2008, quando la vendita della società a Air France-Klm, già definita dal governo Prodi, saltò per le interferenze della campagna elettorale: allora Berlusconi, leader dell’opposizione, dichiarò di essere contrario e impugnò la bandiera della “italianità” della compagnia, motivo per cui i candidati acquirenti batterono in ritirata non volendosi trovare, all’indomani dell’acquisto, alle prese con un governo ostile. Già otto anni prima, nel 2000, era saltata un’operazione con gli olandesi di Klm: all’epoca non si parlava di vendita ma di fusione, la compagnia italiana era molto meno ammaccata di adesso e molta acqua doveva ancora passare sotto i ponti. Acqua costosa come champagne: l’ultimo prestito ponte all’Alitalia, allungato pochi mesi fa, è della bella cifra di 900 milioni di euro.

Nelle stazioni di Roma e Milano campeggia da quattro giorni un contatore del debito pubblico, su iniziativa dell’Istituto Bruno Leoni, think-tank molto favorevole a liberalizzazioni e privatizzazioni. Negli aeroporti si potrebbe istallare un contatore del denaro pubblico bruciato da Alitalia, da una campagna elettorale all’altra, da un governo all’altro. Servirebbe come monito per chi va a votare, per guardare attentamente nei programmi; ma anche a mettere in guardia contro soluzioni facili e scorciatoie ideologiche. Nel caso di Alitalia, la scorciatoia ideologica più seguita è stata quella della difesa dell’italianità: non ha funzionato, la cessione di Berlusconi alla cordata dei “coraggiosi” che per compiacere il governo (cosa sempre utile per chi fa business) ha rilevato Alitalia non ha risolto alcun problema né salvato posti di lavoro, anzi ha portato poi all’ulteriore catena di vendite, esuberi, prestiti, aiuti mascherati, trattative. Gli emiri di Etihad sono durati quanto un battito d’ali, giusto il tempo di far fare una figuraccia anche a Renzi, che troppo presto twittò trionfante: “Allacciate le cinture, Alitalia decolla” (4 giugno 2015). Slacciate le cinture degli emiri, sono arrivati i tre commissari nel maggio scorso. Secondo le loro previsioni scritte in bilancio, quest’anno la compagnia perderà 400 milioni di euro, più di un milione al giorno.

L’altra scorciatoia, più vicina alle preoccupazioni dei contatori del debito pubblico, è: vendere, vendere subito. Ma in nove mesi i tre commissari non sono riusciti a farlo. Un pretendente c’era, Lufthansa, ma le sue condizioni erano giudicate irricevibili, dato che imporrebbero una dolorosa cura dimagrante alla compagnia. Poi al fotofinish, proprio negli ultimi giorni, è spuntata un’altra cordata, attorno a un altro pretendente, Easyjet: la compagnia low-cost si è alleata con la potente Air France (che, dicono, torna a occuparsi di Alitalia solo per dar fastidio ai concorrenti tedeschi, non perché la vuole davvero), con gli americani di Delta e con un fondo speculativo che per mestiere compra e rivende, non fa industria né servizi. Due concorrenti, in competizione nella battaglia dei cieli europei, aiutano la trattativa, per chi vuol vendere. A patto che si sappia cosa si vuole vendere, perché e con quali prospettive. Sia il governo che le opposizioni – ieri a presidiare i voti di Fiumicino c’erano i Cinque stelle – dicono di voler evitare lo spezzatino, cioè che la compagnia sia smembrata e si sacrifichino rotte o pezzi di azienda: ma se può stare in piedi così com’è, perché venderla? L’impressione è che, oggi come in passato, nessuno voglia dire la verità, né nella parte politica né in quella (presunta tecnica) dei commissari straordinari. E che aleggi ancora una volta il miraggio del salvataggio pubblico. Che non è una bestemmia in sé, ma che – nel caso – va fatto e deciso in modo trasparente, spiegando anche ai cittadini perché alcune imprese e servizi meritano il nostro denaro, altre no e possono fallire, come è successo tanto spesso, senza i riflettori che illuminano Alitalia, per tante produzioni e lavoratori. Altrimenti, rinviare il problema a un governo futuro – che chissà quando ci sarà – significa solo rinviare la chiusura.

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