Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Appello di Bankitalia: basta slogan, ora i fatti

Giovedì, 01 Giugno 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Più che il voto, quello che preoccupa è il dopo-voto.  Ossia la possibilità che il nuovo governo, se e quando ci sarà, non metta mano alle priorità rinviate o affrontate male: debito pubblico e lavoro per i giovani. La relazione del governatore della Banca d’Italia era molto attesa, dopo che il quadro politico ha dato un’improvvisa accelerata alla prospettiva delle elezioni anticipate, salutata con preoccupazione dai mercati. Ma non si presta a essere apprezzata o criticata in base alle proprie preferenze sul momento del voto; piuttosto, deve essere letta come un’accorata, e a tratti drammatica, richiesta di sostituire i programmi agli slogan.

Anche da via Nazionale non avevano fatto mistero di temere l’apertura di un periodo di incertezza e di non capire il perché di tanta fretta di andare alle urne. Ma il timore, a leggere l’intervento di ieri di Ignazio Visco, non è tanto la reazione dei mercati finanziari; quanto la volontà politica di affrontare il problema del debito pubblico, accumulato negli anni di “buona” e poi rimasto fermo, come un moloch, negli anni della grande crisi. Visco ha ricordato che negli ultimi tempi è stata proprio la caduta del Pil, più che le nuove spese, a peggiorare le condizioni del debito; e che la stagnazione dell’economia e la deflazione dei prezzi rende tutto più difficile: «Agli attuali ritmi di crescita il Pil tornerebbe sui livelli del 2007 nella prima metà del prossimo decennio». Mentre gli altri Paesi europei hanno già recuperato produzione e lavoro perduti.

C’è dunque una specificità italiana – sia pure nel contesto di un’Europa che ha affrontato male la seconda parte della crisi, quella dei debiti sovrani – che non possiamo rimuovere. Come fa chi pensa e dice che uscendo dall’euro si risolverebbe tutto. Il governatore ha avuto parole esplicite e dure contro questa ipotesi: un messaggio implicito a quanti in campagna elettorale (M5S e Salvini) potrebbero rispolverare il miraggio di una “Italexit”? Forse, ma anche un invito a mettere da parte queste suggestioni inutili, e dedicarsi ai programmi sulle cose che si possono fare per intervenire sui mali storici e reali dell’economia italiana, a partire dalla bassa produttività e dalla disoccupazione, soprattutto giovanile, che ha “cifre allarmanti”.  Contro quest’ultima, gli interventi che ci sono stati, a riduzione del costo del lavoro, hanno avuto effetti “effimeri”, non affrontando i nodi della produttività, della ripresa degli investimenti, del capitale umano. Preoccupa l’incertezza di questa fase politica, ma ancora più la mancanza di programmi concreti e non solo promesse su questi punti.

Il tutto, in un contesto europeo e internazionale che potrebbe a breve cambiare. Mentre Visco parlava, ieri, Trump denunciava l’accordo di Parigi sul clima: dopo il fallimento del G7, un’altra accelerazione della fine del multilateralismo. Un segnale positivo è venuto invece dalla Commissione europea, con il suo documento per un rafforzamento della politica fiscale comune che addirittura prevede l’avvio degli eurobond. Ma così come non si può prendere l’euro come alibi per tutti i nostri guai, sarebbe vano sperare che sia Bruxelles a toglierci le castagne dal fuoco: la possibilità di utilizzare le nuove opportunità, oppure di difendersi in un ambiente internazionale più avverso, sta in noi, nella capacità di guardare in faccia la realtà. Si può cominciare proprio sulla questione della manovra e della campagna elettorale. Paradossalmente, siamo in un’ottima situazione. La manovra è già scritta, e prevede l’aumento automatico dell’Iva. Quindi i mercati non hanno motivo di preoccuparsi, e neanche la Commissione Ue. Invece, ai partiti candidati si presenta una fantastica opportunità: spiegare bene agli elettori come faranno a evitare che scatti l’aumento dell’Iva, cioè di un’imposta che va a danno dei ceti più deboli. Concretamente, come faranno? È come un test, semplice e chiaro, dal quale si valuta come ci si colloca e quali interessi si vogliono difendere. In fondo, votare dovrebbe servire soprattutto a questo: a scegliere i contenuti del futuro prossimo.

 

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