Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Aprile 2017

Alitalia, così la nazionalizzazione si è trasformata in tabù

Giovedì, 27 Aprile 2017

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Separare il mercato dalla politica, nella vicenda Alitalia, è impossibile oggi come sempre nella sua storia. Dunque è irresistibile la tentazione di leggere il No al referendum sull’accordo come una manifestazione dell’onda politica globale, ossia la coda lunga dei tanti No che vincono, dalla rivolta trumpiana negli Usa all’affermazione di Le Pen in Francia, mettendoci dentro magari anche il No al referendum di Renzi. Irresistibile, in parte fondata, ma anche pericolosa: meglio distinguere e analizzare bene il merito delle questioni, cioè fare esattamente il contrario di coloro che sguazzano in quest’onda.

In effetti, nel No che ha aperto le porte all’ultimo atto della compagnia di bandiera c’è molto di quello che genericamente si chiama populismo e che sarebbe meglio definire protesta: un voto che è prima di tutto un gigantesco benservito all’élite che lo propone, che siano primi ministri, manager o sindacalisti. Non ci fidiamo di voi, e ve lo diciamo a costo di farci del male (non lo sapevano, i poveri elettori di Trump, che per prima cosa il loro beniamino avrebbe ridotto le tasse ai ricchi?). E i dipendenti di Alitalia rischiano di farsi veramente male. E c’è l’insipienza delle élite stesse, nel rinviare i problemi o gestirli male finché questi non presentano il conto (storico il tweet di Renzi del 4 giugno 2015: «Vola Alitalia, viva l’Italia»).

Aumento dell'Iva, i conti del bilancio e la politica

Giovedì, 20 Aprile 2017

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Non tutti hanno una casa, non tutti lavorano, ma tutti consumano. Per questo l’aumento dell’Iva - l’imposta che pagano i consumatori, attualmente in Italia a tre aliquote, il 4, il 10 e il 22% - è la misura più impopolare e più efficace che un ministro dell’economia possa pensare: impopolare, perché alleggerisce il portafoglio di tutti; efficace, perché ha un gettito sicuro e immediato.

Dal punto di vista redistributivo, poi, è una manovra che colpisce di più chi ha meno: poiché i più ricchi spendono di più in assoluto, ma la quota del loro reddito destinata ai consumi è minore di quella dei poveri, che finiscono per spendere quasi tutto quel che guadagnano e difficilmente mettono da parte qualcosa. È bene ricordarlo, nello stesso giorno in cui l’Istat ci ricorda che l’11,9% degli italiani vive in povertà assoluta: sono 7,2 milioni di persone, e non possono vivere solo con pane, latte e olio (i beni di “prima necessità” con l’Iva agevolata, al 4%). Ma allora perché Padoan ha ventilato la proposta di aumentare l’Iva, causando le ire del suo “ex giovane capo” (così lui stesso lo ha chiamato), Matteo Renzi, e poi ha fatto marcia indietro dopo pochi giorni?

Manovra, le correzioni "creative" tra rigoristi e sviluppisti

Giovedì, 13 Aprile 2017

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Manovra correttiva per il 2017, Documento di programmazione economica, Programma nazionale di riforma: il sostanzioso pacchetto approvato dal consiglio dei ministri ha avuto il primo sostanziale via libera, a scatola chiusa, dal presidente della Commissione Juncker: il governo italiano è sulla strada giusta, ha detto, pur ammettendo di non conoscere i dettagli. E la stessa decisione di parlare nell’ignoranza dei dati concreti è una indicazione politica, di sostegno a un governo la cui maggioranza dovrà vedersela, nelle prossime elezioni, con forze che evidentemente preoccupano Bruxelles più dello stato dei conti pubblici italiani.

Siamo un Paese a rischio, servono investimenti

Giovedì, 06 Aprile 2017

Articolo pubblicato sui giornali locali del gruppo Espresso

Un’economia che cammina, ma con il freno a mano tirato. Questo il quadro che emerge dalla nota mensile dell’Istat diffusa ieri. Nello stesso giorno altri numeri ci informavano del fatto che, dei 115.000 italiani che lo scorso anno si sono trasferiti all’estero, una larga parte ha un’età compresa tra i 40 e i 50 anni. Mentre la riduzione della disoccupazione giovanile, elemento a prima vista positivo segnalato sempre dall’Istat, si deve più a quanti hanno rinunciato a cercare lavoro che a quanti l’hanno trovato.