Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Banche e posti di lavoro, le grandi sfide alle porte

Sabato, 31 Dicembre 2016

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso, 31 dicembre 2016

A dieci anni dagli scricchiolii che poi diventarono crollo, finanza ed economia aspettano ancora la ricostruzione. Ma, salvo miracoli, non sarà il 2017 a portarla. È vero che la crisi iniziata nel 2007 e deflagrata nel 2008 (battezzata la Grande Recessione, dunque paragonata fin nel nome a quella storica del ’29) è formalmente alle spalle, e dunque bolla dei subprime e Lehman Brothers potrebbero essere materia di libri di storia, sia pur recente. Ma restano di attualità le loro conseguenze, soprattutto in Europa e in Italia. La strada da percorrere per recuperare la produzione e i posti di lavoro persi nella lunga crisi è ancora lunga; e la timida e disorganica ripresa che era iniziata rischia di interrompersi nei prossimi mesi.

Anche se non ce ne siamo accorti, abbiamo goduto per un breve periodo di una combinazione favorevole di eventi esterni: i prezzi energetici molto bassi che tenevano sotto controllo l’inflazione importata; la discesa dei tassi di interesse (favorita dalla politica della Bce) che ha dato ossigeno, più che alle imprese, alla finanza pubblica, abbassando la spesa per ripagare il debito pregresso; il calo dell’euro che sosteneva le esportazioni e una domanda mondiale che, per quanto non arrembante, ha continuato a trainare l’economia. Già nel 2016 è stato chiaro che questo “stellone” si stava eclissando, senza che l’Italia ne avesse approfittato davvero per mettere a posto i conti pubblici e privati: i nuovi tagli Opec alla produzione fanno risalire il costo del greggio, i tassi di interesse virano al rialzo, i Paesi emergenti sono in crisi di crescita. Come se non bastasse, ci sono poi i terremoti politici, quelli già successi e quelli in vista. Il 2017 comincia con lo choc dell’insediamento di Trump alla Casa Bianca, il 20 gennaio, foriero di una politica economica che porterà dollaro forte, aumento del debito pubblico e un nuovo protezionismo: se le prime due condizioni possono agevolare i commerci al di qua dell’Atlantico, la terza può stroncarli, facendo partire una fase di veti e dazi reciproci. L’anno prosegue poi con uno slalom da incubo tra le elezioni olandesi (marzo), francesi (aprile), tedesche (settembre), italiane (chissà). Prima ancora che gli esiti del voto – che potranno far naufragare definitivamente la nave della moneta unica, con l’affermazione di partiti anti-sistema e anti-euro – può far danni già la sua preparazione: nell’attesa non si prenderà nessuna delle misure necessarie per rilanciare l’economia europea, poiché queste andrebbero tutte nella direzione della solidarietà, reciprocità, mutualità (dall’unione bancaria al piano degli investimenti); esattamente quello che gli elettori non vogliono e i politici non propongono in campagne elettorale.

Un quadro complicato e fosco, che può rischiararsi solo se – come altre volte è successo in passato – proprio nelle difficoltà e nell’emergenza si trovano le risorse per riscattarsi. Ma se questo non succederà, di sicuro l’economia italiana si troverà a fare i conti con un contesto molto instabile e duro. Se ne è avuto un assaggio negli ultimi giorni del 2016, con la rigidità della Bce in tema bancario. È come se l’apertura di credito concessa all’Italia con la maggiore flessibilità in tema di finanza pubblica – che ha consentito le ultime due manovre in deficit – fosse stata compensata tutta insieme dalla scure sul Montepaschi. In due-tre mesi si capirà il reale costo del salvataggio dell’istituto senese per le casse pubbliche, ma soprattutto quanto e come tutta la vicenda influirà sulle altre banche in difficoltà: si attendono al varco i piani per le due banche venete in crisi e la Cassa di risparmio di Genova; ma soprattutto i fari tra un po’ si accenderanno sul colosso Unicredit che va a chiedere capitali al mercato. Il nodo delle banche non è tecnico, né marginale: col senno di poi, possiamo dire che sulla vicenda delle banche di provincia in crisi nel 2015 Renzi ha cominciato a giocarsi la sua popolarità; e che i fuochi divampati nel 2016 covavano sotto la cenere da anni. Ma la vicenda va oltre la sola dimensione politica e va al cuore del sistema economico, che dopo aver perso il 20% di produzione e quasi un milione di posti di lavoro, rischia di perdere la risorsa più importante, senza la quale tutta la macchina si inceppa: la fiducia. 

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