Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Banche, l'ipocrisia sugli aiuti di Stato

Domenica, 31 Luglio 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso il 31 luglio 2016

Può sembrare un’ironia della sorte, il fatto che il gran giudizio sullo stato di salute delle banche europee venga da Londra, capitale che presto sarà extracomunitaria; e che ultima della lista sia la banca più antica del mondo, il Monte dei Paschi di Siena. Paradossi minori (presto la sede dell’Eba, European Banking Authority, che fu decisa qualche anno fa, sarà trasferita; quanto a Siena, il blasone di nobiltà bancaria l’ha perso da un pezzo); che si affiancano ad altri più grossi, traducibili in altrettante domande: perché gli aiuti di Stato, che nei primi anni della crisi hanno rimpolpato il capitale delle banche che adesso sono in cima alla lista dei virtuosi, ora non sono più leciti? Perché le autorità europee fanno i conti degli effetti dei possibili eventi economici tragici (con gli stress test) ma non fanno niente per evitarli? Perché il verdetto di Londra è, nel suo complesso, tranquilizzante, mentre in Borsa le banche crollano dall’inizio dell’anno?

Facciamo un piccolo passo indietro, al giorno precedente i verdetti sui cosiddetti “stress test”: in un’intervista a La Repubblica, il capo della Eba – Andrea Enria, un altro italiano nella stanza dei bottoni bancari – ha detto che le loro pagelle sono un elemento di trasparenza, e dunque dovrebbero tranquillizzare i mercati, invece che agitarli. Però – per sicurezza – le hanno diffuse a mercati chiusi, e solo domani mattina sapremo come sono state prese. In sostanza, dicono come le più grandi banche europee reagirebbero a uno choc economico rilevante: per mettersi in condizione di sopravvivere a una brusca caduta del Pil, devono avere una robusta costituzione. Cioè un capitale più sostanzioso di quello con il quale si trovarono nel 2008: allora fu necessario un sostanzioso intervento pubblico per salvare alcune di loro.

I test resi noti venerdì dicono che, se si ripetesse quello choc, molte banche europee sarebbero al sicuro; ma che alcune non lo sarebbero affatto, e tra queste il “nostro” Montepaschi. Ci sono anche altre banche che rischiano, in particolare austriache e irlandesi. Ma i criteri di giudizio non sono pacifici: ambienti italiani contestano il fatto che l’esposizione delle banche verso l’economia reale – i crediti deteriorati – sia considerata più rischiosa della presenza, nella pancia degli stessi istituti, di derivati, i titoli tossici che nel 2007-2008 fecero diffondere la peste finanziaria. In ogni caso, adesso chi si trova in difficoltà per carenza di capitale non può chiedere aiuto a papà-Stato, ogni soluzione deve essere trovata nel mercato. Di qui le complicate ingegnerie, annunciate quasi in contemporanea con la diffusione degli esiti degli stress test, per “salvare” Montepaschi senza diffondere sospetti di intervento pubblico – laddove, come ha detto nell’intervista prima citata lo stesso Enria, durante la crisi se ne andò il 13% del Pil europeo in aiuti di Stato per le banche. Il tutto può sembrare un po’ ipocrita, visto che per stendere la rete di salvataggio del Montepaschi si deve comunque prevedere una garanzia pubblica su una parte dei crediti deteriorati che quella banca dovrà cedere; visto anche che in tutta l’operazione c’è la manona della Cassa depositi e prestiti, che è pubblica; e che si stanno chiamando a raccolta, con una pressione più politica che di business, i fondi di alcune casse previdenziali – i cui iscritti, soprattutto i più giovani, però recalcitrano.

Ma così l’Unione può salvare la faccia e il principio del non-intervento pubblico. Si spera che il piano sia sufficiente, poiché in caso contrario diffonderebbe ulteriore panico da instabilità. Quanto al paradosso principale – perché non preoccuparsi, prima di tutto, di evitare una nuova recessione, e operare per un quadro di crescita economica che ridurrebbe le sofferenze bancarie oltre che quelle sociali -, questo resta scritto nelle tavole dell’Unione europea; che, al contrario di organismi internazionali come l’Ocse, e anche del consesso dei governi del G20, non pare muoversi dalla sua vecchia rotta che l’ha portata nelle secche attuali.

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