Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Banche, quanto ci costa il salvataggio di Stato

Domenica, 25 Giugno 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

“Failing or likey to fail”. In dissesto o a rischio dissesto. In una notte di inizio estate, la Bce ha certificato l’incubo che già era nell’aria: Banca popolare di Vicenza e Veneto Banca sono al fallimento. Mentre i contribuenti sanno che dovranno pagare alcuni miliardi di denaro pubblico, il ministero dell’Economia resta aperto nel fine settimana per garantire l’operatività delle banche e cercare il modo per tutelare “tutti i correntisti, i depositanti e gli obbligazionisti senior”. Luci accese fino a notte, in via XX settembre; ma non bastano a illuminare la vicenda oscura delle banche italiane ed europee, consumatasi in quelli che la stessa Banca d’Italia ha definito “gli anni peggiori della storia dell’economia italiana in tempi di pace”.

Ieri su La Stampa si produceva il conto sul costo totale dei salvataggi delle banche italiane: 31 miliardi. Però va fatto anche un altro numero: 800 miliardi di euro. È il costo dei salvataggi pubblici delle banche europee dal 2008 al 2011, pubblicato non su un sito anti-euro ma su quello ufficiale della Commissione europea. Dopo la grande crisi, molti Paesi europei hanno aiutato le loro banche, dalla Germania alla Spagna. Ma dal 2013 l’Europa ha cambiato linea, e ha deciso che questi salvataggi non sono più consentiti. L’Italia, che aveva nel 2011 solo il 2,9% di prestiti in sofferenza e che li ha visti raddoppiare nel 2015, in teoria non poteva più fare quel che tutti gli altri hanno fatto: salvare le banche. Le nuove regole europee, in teoria, dicono: prima di spendere soldi pubblici, paghino i privati, ossia gli azionisti e anche i risparmiatori, nella doppia veste di chi ha comprato obbligazioni della banca e di chi ha depositi in essa – salvo quelli sotto i 100mila euro.

Mario Monti, all’epoca al governo, ha difeso la scelta di non salvare a suo tempo le banche: non era una priorità (come si è visto le sofferenze sono esplose dopo), e il nostro debito pubblico era troppo alto. Col senno di poi, si può dargli addosso; ma ve lo immaginate un governo che dà soldi alle banche mentre Elsa Fornero piange in tv perché li sta togliendo alle pensioni? E si può dare addosso anche ai nostri rappresentanti in Europa che, dopo, non sono riusciti a imporre a Bruxelles di non cambiare le carte in tavola mentre si gioca: ma la forza, come il coraggio di don Abbondio, se uno non ce l’ha non se la può dare. Infine, ha certamente ragione chi accusa i tentennamenti, i tentativi falliti e i ritardi assurdi degli ultimi mesi, che hanno fatto lievitare ancora di più il costo per lo Stato, cioè noi.

Ma bisogna chiedersi anche, in linea generale, chi deve essere chiamato a pagare se una banca va in crisi: i contribuenti o i risparmiatori? Fino al 2013 le regole europee hanno accettato la prima soluzione, all’improvviso poi hanno scelto la seconda. Una contraddizione che mostra la debolezza dell’eurozona, stretta tra rigidità ideologiche e interessi nazionali, e che è a monte anche degli errori nella gestione della crisi economica, che hanno fatto sì che questa si trascinasse e ingigantisse. Ciliegina sulla torta, in Italia ci avviamo a pagare il conto noi contribuenti – attraverso la solita eccezione alla regola - senza avere ancora la certezza che i risparmiatori siano salvi: e tra questi, ci sono quelli che hanno preso un rischio conoscendolo e quelli che sono stati gabbati o poco informati dalle loro banche. Una certezza però l’abbiamo: il resto del settore bancario italiano, quello grande, non mette un euro nell’impresa; mentre i signori locali del credito e dell’economia che hanno fatto per anni il bello e il cattivo tempo nelle banche adesso in dissesto sono sì caduti dallo scranno, ma le condizioni che hanno determinato quegli intrecci, e dunque gestione allegra del credito, sono ancora in piedi. Questo scandalo poteva servire almeno a intervenire sui meccanismi che da un secolo privatizzano gli utili e socializzano le perdite, e invece li replica e celebra al massimo livello.

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