Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Beni pubblici nell'urna

Venerdì, 08 Luglio 2011

Hanno vinto i beni comuni, è stato il commento ricorrente dopo la inattesa e straordinaria vittoria della partecipazione e dei “sì” ai referendum di giugno. Ed è vero, ma non è tutto. Perché che l'acqua e la tutela dell'ambiente siano beni comuni forse era opinione corrente anche prima, anche nei due decenni appena trascorsi e forse conclusi in quei due giorni di giugno. Che hanno dato semmai una risposta diversa alla domanda: se i beni sono comuni, chi se ne deve occupare? Il pubblico o il privato, lo Stato o il mercato? Di fronte a questa domanda, la risposta è stata inequivocabile: non ci fidiamo del privato, ha detto il 95,80% dei votanti, bocciando i quesiti che sostanziavano l'affidamento del servizio idrico alla gestione privata. Diciotto anni fa, non in un giugno ma in un aprile – il 18 aprile del 1993 – si era tenuto un altro referendum. Era mischiato con altri che forse oggi si ricordano di più (sistema elettorale, sanità, droghe...), e recitava più o meno così: “volete abolire il ministero delle partecipazioni statali”? Sì, rispose con nettezza il 90,11% dei votanti. Certificando la fine di quel modello italiano pubblico/privato che aveva segnato la ricostruzione e lo sviluppo dal dopoguerra, e avviando la stagione della privatizzazione dei grandi complessi industriali e di servizi prima partecipati dallo Stato. Cos'è successo in questi anni? Gli italiani hanno cambiato idea, hanno imparato dall'esperienza, o hanno dimenticato il passato? O i voti non sono comparabili?

Cominciamo dai paragoni numerici. Nel 1993 andarono a votare quasi 37 milioni di persone (su 47), la partecipazione fu altissima: il 76,86% degli aventi diritto. La lunga stagione della crisi dei referendum, quella nella quale il raggiungimento del quorum del 50 per cento più 1 è diventato un evento miracoloso, doveva ancora iniziare. All'epoca, si espressero per il “sì” all'abrogazione del ministero delle partecipazioni statali (ppss, si scriveva in breve) più di 31 milioni di votanti, il 90,11% per l'appunto. Nel 2011, diciotto anni e dieci referendum dopo, il numero totale di aventi diritto al voto è salito (siamo quasi 50 milioni e mezzo, compresi gli italiani all'estero), e il difficile quorum è stato raggiunto e superato con 27.637.943 votanti: dieci milioni in meno, rispetto al '93. Il numero assoluto di coloro che hanno votato sì è stato di 25.935.362 persone. In termini relativi, l'adesione al sì è stata maggiore, superando il 95%. Ricapitolando: nel '93 circa 37 milioni “pro-privato”, nel 2011 circa 26 milioni “pro-pubblico”. In sé, i numeri paiono indicare un netto mutamento di opinione dell'elettorato italiano sulla questione dei rapporti tra pubblico e privato.

Più complicato il paragone sostanziale, quello che si può abbozzare andando al di là dei numeri. Le partecipazioni statali e l'acqua del sindaco, si dirà, non sono la stessa cosa. La seconda evoca un'immagine rassicurante e fresca di un bene primario che vogliamo sottrarre alla logica del profitto a tutti i costi, mentre le prime evocano grandi industrie, grand commis, spesso sperpero e corruzione. Il pacchetto dei referendum del '93 giungeva al culmine di uno scandalo – Tangentopoli – che aveva inciso proprio nella zona grigia dei rapporti tra politica ed economia e scoperchiato un'intera classe dirigente pubblica e privata, rivelando la gestione privatistica di beni pubblici fatta da entrambi. Sotto processo erano finiti intoccabili della politica e intoccabili dell'economia, un mondo era crollato a pochi anni dal crollo del muro di Berlino e del socialismo reale. La caduta degli ultimi dei di quella progenie – colti con le mani nel sacco pubblico – aveva fatto dimenticare anni e anni di storia economica del paese, il ruolo positivo svolto dalle ppss, l'epoca in cui quelle società miste, un po' pubbliche e un po' private, facevano da modello anche per altre parti del mondo. Avevano sbagliato – più che sbagliato: avevano malversato, compiuto reati, spolpato la cosa pubblica – tutti, élite pubblica ed élite privata. Pagò la prima, soprattutto. Vuoi per la forza dei vincoli europei, vuoi (soprattutto) per il dissesto del bilancio pubblico, vuoi per il vento culturale che spirava fortissimo d'oltreoceano e in tutto il continente, vuoi per antidoto a quanto fino ad allora successo, ci si affidò alle privatizzazioni – la vendita del patrimonio pubblico, in particolare degli asset industriali delle ex ppss, a soggetti privati. La scelta era già stata compiuta, tra i marosi della crisi finanziaria del 1992, e il referendum non fece che sancirla. E fu una scelta strutturale, guidata carismaticamente da Ciampi e dalla sua squadra, condivisa dalla sinistra dell'ex-Pci e sostenuta (più nelle parole che nei fatti) dal centrodestra. Una scelta che aprì una lunga era, della quale si può dire tutto (e si possono dare giudizi divergenti, le librerie ne sono piene), ma purtroppo non si può dire la cosa essenziale: ossia che quel taglio, quella cesura dei primi anni '90 abbia bonificato la zona infetta dei rapporti abusivi politica/economia. Del resto, ci si poteva aspettare davvero questo, in un paese che intanto si era affidato, con il '94, al più brillante dei privati che si erano formati e pasciuti nella zona grigia dei rapporti tra politica ed economia, il cavalier Silvio Berlusconi?

Facciamo un salto, e arriviamo subito a giugno 2011. Pochi giorni prima dello svolgimento dei referendum, mentre ancora infuriavano i tentativi pasticciati da parte del governo per annullarli, a Trento si svolgeva l'annuale meeting del Festival dell'economia. Un incontro molto partecipato, che richiama studenti, cultori della materia, Nobel e ricercatori, ma anche cittadini qualsiasi che hanno voglia di farsi un'idea. Il festival è co-organizzato dal gruppo degli economisti de lavoce.info, un'area che ha portato avanti negli anni le ragioni del mercato, della concorrenza, dell'equilibrio finanziario: insomma, abbastanza “mainstream”, ossia nel flusso della corrente principale, e spesso molto critici verso le politiche fiscali ed economiche italiane. Quest'anno gli economisti del festival hanno posto un quesito al proprio pubblico, chiedendogli di votare in anticipo, pro o contro la privatizzazione dell'acqua. Anzi, poiché sanno bene che il modo in cui le domande si pongono spesso condizionano le risposte, l'avevano posta così: la gestione dell'acqua deve essere totalmente pubblica? Bene, nel consesso di quel festival, che ama il mercato e frequenta i suoi pregi e le sue debolezze, ci si poteva aspettare una prevalenza dei “no”. Invece al 59% il pubblico ha detto sì, che “la gestione dell'acqua deve essere totalmente pubblica”. Anticipando quello che, in percentuale molto più alta, avrebbero detto gli italiani al voto qualche giorno dopo. Due voti (quello microscopico di Trento e quello macroscopico degli italiani) che dicono una cosa semplice: non ci fidiamo. Non ci fidiamo della ricetta miracolosa del mercato, non ci fidiamo di quel che passa il convento privato, non ci fidiamo di un'ennesima delega a poteri che non possiamo conoscere né controllare. Di sicuro c'è, in questa svolta, l'impatto forte della crisi economica e finanziaria, una crisi del debito privato nata ed esplosa nel mercato: un piccolo crollo del Muro, per il capitalismo di Wall street. Ma c'è anche una sua declinazione specificamente italiana, legata alla nostra storia e cronaca politico-economica-giudiziaria. Non ci fidiamo, sembra dire il voto del 12 e 13 giugno, di un'apparente soluzione che in realtà ripropone e amplifica lo stesso problema, che ci portiamo dietro da Tangentopoli e oltre: che non è solo il problema del pubblico ipertrofico che non funziona, o di un privato arretrato che non ce la fa; ma che è esattamente il problema della zona grigia tra i due, dell'area in cui hanno prosperato entrambi senza mettersi mai in discussione e a disposizione del controllo dei cittadini. Coerentemente, dopo aver vinto il referendum che ha rifiutato la soluzione privatistica, i movimenti vanno avanti e chiedono una gestione davvero pubblica: cioè non affidata al potere del politico di turno e all'invasione dei suoi amici e parenti, ma gestita dai competenti al servizio del bene pubblico. Cosa che, dicono, può essere possibile, se guardiamo a modelli di gestione avanzata, a buone pratiche italiane e straniere, alla trasparenza dell'informazione. Tra un bene comune saccheggiato dai famigli del sindaco, e un bene comune svenduto al principale costruttore della città (che per averlo, deve a sua volta allearsi con il sindaco e i suoi famigli), un'altra via deve esserci. E quasi 26 milioni di italiani l'hanno imboccata.

Articolo pubblicato su "La Rocca di Assisi", giugno 2011