Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Brexit, non serve il ritorno al passato

Domenica, 19 Giugno 2016

Commento scritto per i quotidiani locali dei gruppo Espresso

“Abbiamo più cose in comune di quelle che ci dividono”. Queste parole, pronunciate dalla deputata britannica Jo Cox durante un discorso parlamentare pochi giorni prima di essere assassinata, possono illuminarci per capire non solo la posta in gioco, in Gran Bretagna ed Europa, nel referendum sulla “Brexit”, ma anche tutta la terribile fase che stiamo attraversando. Nella quale ciascuna persona, ciascun gruppo, ciascun popolo, può scegliere di privilegiare “le cose che ci dividono” oppure “le cose che abbiamo in comune”.

Gli inglesi hanno sempre avuto uno statuto speciale nelle varie tappe dell'integrazione europea; ma ci sono sempre stati, per con la loro specialità, con un piede dentro. Le clausole del cosiddetto “opting out” sono state scritte quasi su misura per loro, la moneta unica non l'hanno voluta, anche su Schengen hanno avuto un regime particolare. Però dell'integrazione economica e finanziaria hanno sempre tratto i pieni vantaggi. Tant'è che oggi spingere per l'uscita dall'Ue in nome dell'interesse nazionale è del tutto irrazionale: l'idea che la Gran Bretagna possa rafforzarsi nei commerci mondiali stando fuori dalle (poche) istituzioni dell'area economica più forte del mondo è un semplice miraggio. Non è neanche detto che con l'uscita ci sarebbero scenari catastrofici: tutto dipenderebbe dalla reazione di Bruxelles, e dalla contrattazione sullo status commerciale nuovo. Ma, appunto, si aprirebbe uno spazio di negoziazione, tutto da riempire.

Il punto è che non si possono contrapporre argomenti di puro interesse economico a un discorso che fa leva sull'emotività, sull'appartenenza, sulla paura. E gli argomenti che invece si richiamano ai valori – prima di tutto la convivenza pacifica, ideale che ha fondato l'unificazione europea dal dopoguerra – sono terribilmente poveri, al momento, dopo anni e anni di crisi che l'Europa politica non ha saputo contrastare né mitigare, ma semmai esacerbare. Ed è per questo che le conseguenze di un'eventuale Brexit potrebbero essere molto negative anche per il resto d'Europa. Al di là del destino dell'import-export, della piazza finanziaria di Londra, del cambio euro/sterlina, ci sarebbe il potente messaggio per cui una volontà popolare può decidere di uscire da un'Unione che non è mai stata investita dalle legittimazione del popolo. Un messaggio forte, per gli anti-europeisti di ogni dove, dalla destra xenofoba alle tentazioni protezioniste e nazionaliste. Queste pulsioni e tentazioni non sono di ricchi benestanti che pensano egoisticamente a mettersi in salvo e si illudono di poterlo fare rimpicciolendo le frontiere nel mondo globalizzato. Sono dei ceti più colpiti dalla crisi, dai cambiamenti tecnologici, dal nuovo che avanza senza curarsi delle vittime che lascia sul terreno.

Ma il fatto che siano (in gran parte, non sempre) vittime, non vuol dire che abbiano sempre ragione. Sulle due grandi crisi del momento – il lavoro e i flussi dei rifugiati – il ritorno al passato non dà alcuna soluzione. Lo si è visto in varie occasioni anche recenti, in Italia e altrove, con la gara al ribasso tra stabilimenti della stessa industria, posti in vari posti d'Europa o appena al di là delle sue frontiere: non è certo rialzando i muri al confine che si trattengono le imprese in patria, o se ne attirano altre. Ma più ancora della paura di perdere – o non trovare – lavoro, o dell'illusione dei benefici di un'economia più chiusa (assurda, per una delle capitali finanziarie del mondo), sul sentimento dei pro-Brexit pesa la paura degli immigrati: la nuova ondata di richiedenti asilo in fuga dalle guerre del Medio Oriente e dell'Africa; e il crescente flusso di migranti comunitari – italiani in testa. E in effetti l'afflusso è imponente, il più grande nella storia dell'Unione europea. Ma ce ne sono stati altri, nel recente passato, di una certa consistenza, che abbiamo assorbito bene: il grande flusso degli immigrati dall'est dopo la caduta del Muro; l'esodo dai Balcani durante la guerra jugoslava. In ogni caso, è difficile – oltre che disumano – fermarli. Ma, se distribuiti tra i vari Paesi europei, con una gestione comune, non sarebbero un problema insormontabile per un'area geografica ed economica così grande. Anche in questo caso, più Unione, e non meno Unione, aiuterebbe a risolvere il problema invece di esacerbarlo. Ma quello che pare proprio a rischio, in questo tornante della storia europea, è proprio l'idea della condivisione. Anche quando sarebbe, oltre che “buona”, conveniente per tutti.

Aggiungi un commento