Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

In classe con Bossi

Domenica, 14 Marzo 2010

Sedicimila supplenti, più di 4.500 bidelli. Da qualche mese un pezzo della scuola italiana è a carico delle regioni. Che stanno sperimentando un piccolo anticipo di quel che sarà il federalismo scolastico: annunciato dal '98, poi lasciato a secco di risorse e rinviato all'infinito, oggi rinverdito per necessità. Costrette a fare rattoppi locali ai tagli nazionali, le regioni adesso scalpitano, e chiedono più poteri e più risorse in campo scolastico. Oggi si occupano già di edifici, trasporti, rete scolastica, formazione professionale; domani vorrebbero occuparsi anche di organizzazione e personale, fino a fare contratti integrativi regionali per i propri maestri e prof. La bozza tecnica della scuola federale è già pronta. Manca solo il via libera politico, che con tutta probabilità arriverà dopo le elezioni regionali.

Questione precari

Nella drastica cura dimagrante del personale della scuola, sono passati sotto la “protezione” delle rispettive regioni 16.543 ex-supplenti annuali: quelli che venivano assunti a settembre e licenziati a giugno, e che quest'anno scolastico hanno perso l'incarico per effetto dei tagli Tremonti-Gelmini. La Sicilia da sola ne ha 3.200, la Campania più di 2.800, la Puglia oltre 1.700. E' soprattutto nelle regioni del Sud infatti che hanno colpito i tagli orari nelle medie e il maestro unico nelle elementari. A pagarne le spese, l'esercito dei precari: ai meno precari dei quali (gli ex-supplenti annuali, appunto) è stato dato il salvagente dei “contratti di disponibilità”, con le regioni che integrano l'assegno di disoccupazione Inps. La Uil scuola ha fatto i conti di quanti soldi le regioni hanno messo finora sul piatto: quasi 150 milioni in tutto, per pagare insegnanti che prima erano a carico del bilancio statale. Non tutte le regioni hanno già firmato l'intesa con il ministero – che permette ai precari di avere i contributi e restare nelle graduatorie – ma quasi tutte hanno stanziato fondi. La Sicilia ha messo sul piatto 55 milioni (ma per due anni, e il programma deve ancora partire); la Puglia 25 milioni, la Campania 10, la Sardegna 20, la Lombardia 15. Sono un bel po' di soldi, provenienti quasi sempre dal Fondo sociale europeo, o altri fondi comunitari, che adesso le regioni destinano alla scuola, ma che altrimenti sarebbero dovuti andare a progetti di sviluppo, formazione-lavoro o altro.

Cosa fanno i precari regionalizzati? Quasi sempre, quello che facevano prima: supplenze, non più annuali ma spezzate. Un caso a sé è la Puglia, che sulla “salvaprecari” ha costruito un piano di recupero dei suoi drop-outs: qui un ragazzo su 4 abbandona prematuramente gli studi, e i quindicenni pugliesi, nella media, sono messi malino nelle classifiche internazionali su capacità di leggere e far di conto. Così, la regione ha selezionato scuole e insegnanti precari, e li ha messi a puntellare le fondamenta dell'istruzione: italiano e matematica, alle elementari e alle medie. Gianfranco Viesti, economista e assessore all'Istruzione in Puglia dal luglio dell'anno scorso, ha messo in piedi in qualche mese l'esperimento, partito da dicembre con il programma “diritti a scuola”: “300 scuole, 1280 insegnanti, 400 bidelli, 20.000 studenti coinvolti in un programma che viene seguito da ex-presidi in pensione, che fanno i tutor sul territorio, e dai supervisori nazionali dell'Invalsi”. Gli stessi che ogni anno stilano quei rapporti preoccupanti sulla scuola, dando pagelle che il più delle volte per i ragazzi del Sud sono sotto la sufficienza.

Sia pure come esubero, insomma, una parte del personale della scuola è già stato affibbiato alle regioni. Che si sono trovate così investite dalla questione senza aver mai davvero preso in mano la patata bollente dell'istruzione. “E' dal '98 che alle regioni sono state decentrate competenze importanti sulla scuola: edilizia, sostegno all'handicap, lotta alla dispersione scolastica, programmazione della rete. Ma non hanno mai avuto le conseguenti risorse”, dice Anna Maria Poggi, giurista, coordinatrice del Tavolo tecnico tra le regioni per il decentramento dell'istruzione. Così ognuna ha fatto quel che poteva. La spesa degli enti locali per l'istruzione è salita, in vent'anni, dal 22,8 al 27,5% del totale; ma in modo molto differenziato da regione a regione. Risultato: uno studente dell'Emilia Romagna riceve (in servizi) dal suo territorio quasi mille euro in più all'anno di uno che vive in Campania o in Puglia. La ripartizione dei soldi ricalca abbastanza quella dei rendimenti degli studenti secondo le statistiche dell'Ocse-Pisa.

Ma l'arlecchino scolastico non dipende solo dalla spesa. Dipende anche dal quel mostro che si chiama “dimensionamento” delle scuole: oggetto di trattative infinite, con risultati diversi da regione a regione, da cui conseguono differenze non sempre spiegabili nei rapporti tra numero di studenti e numero di docenti. E ancora: gli insegnanti di sostegno, la cui presenza – lo ha ribadito la Corte costituzionale, facendo saltare un ben pezzo dei tagli della Gelmini – è un diritto dei ragazzi con disabilità. Prima dei tagli, il rapporto medio nazionale era di 2,02 alunni disabili per insegnante di sostegno: ma quasi tutte le regioni del centro-nord erano sopra la media, quasi tutte quelle del Sud sopra. Dunque, ha calcolato Tuttoscuola, per riequilibrare la situazione dovrebbero cambiar regione quasi 5.000 insegnanti di sostegno: ben tremila dovrebbero lasciare Campania e Sicilia, per andare in Lombardia e Lazio.

Come mettere le mani in questo ginepraio? Come tenere insieme l'istruzione nazionale, le differenze tra le regioni, le loro richieste di contare di più, e in tutto ciò salvaguardare l'autonomia delle scuole? “La strada c'è, basta far seguire i fatti, le risorse, alle competenze già trasferite; ma prima è essenziale mettersi d'accordo sui parametri generali”, dice Anna Maria Poggi. Nel nuovo sistema, i programmi scolastici e gli standard resterebbero nazionali. E così anche il reclutamento dei docenti (se e quando si ricomincerà ad assumerli) e il loro contratto nazionale. Ma in aggiunta sarà possibile, per le regioni che vorranno, una forma di contrattazione regionale integrativa. Vale a dire che un professore potrà guadagnare di più in Lombardia che in Basilicata (o viceversa). E saranno le regioni l'epicentro della giostra di movimenti che ogni anno interessa un terzo del personale docente: non già chiamando direttamente professori, maestri e supplenti, ma definendo dimensioni e organici delle scuole. I criteri dovrebbero essere unici per tutt'Italia, ma poi gli organici di fatto si faranno in loco: lo snodo burocratico, che adesso è negli uffici scolastici regionali, passerà in mano agli assessorati delle regioni, e alla trattativa tra queste e il Ministero si sostituirà la mediazione tra le regioni attorno al loro tavolo. E molte regioni già spingono per avere molto di più, e mettere becco anche nelle graduatorie, nei concorsi e nel reclutamento.

Pubblicato su L'espresso 11 marzo 2010

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