Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Claudietto e il Governatore

Martedì, 01 Giugno 2010

“Ma perché, tu le paghi le tasse?”. Una delle scene clou di un bel film italiano, nelle sale in questi giorni- “La nostra vita”, di Daniele Luchetti – e un passo della Relazione annuale del governatore della Banca d'Italia. Proviamo a leggerle insieme, sperando che il racconto della nostra vita reale che viene dal cinema porti aiuto; che il vederci nello specchio dello schermo stimoli una reazione, uno scatto di nervi al posto della contemplazione inerme delle cifre, dei fatti, delle cronache dell'economia e della politica.

Il film. La scena si svolge in una brutta periferia romana in costruzione, e il protagonista chiede soldi all'amico spacciatore per farsi strada nella catena dei subappalti del business edile. Ari, lo spacciatore, cerca di resistere spiegando le sue difficoltà. Claudio detto Claudietto, il padroncino edile, risponde e spiega le sue.

  • “Io sto sul mercato, ricavo meno spese uguale guadagno”.

  • “Chissà gli altri come fanno secondo te, è uguale, con la differenza che te neanche ci paghi le tasse...”

  • “Ma perché, tu le paghi?”

  • “Che c'entra, io sto nell'edilizia … però su quello che fatturo..”

  • “Ma quando fatturi?”

  • “Mai, che c'entra...”

Il governatore. “Secondo stime dell'Istat, il valore aggiunto sommerso ammonta al 16% del Pil. Confrontando i dati sulla contabilità nazionale con le dichiarazioni dei contribuenti, si può valutare che tra il 2005 e il 2008 il 30% della base imponibile dell'Iva sia stato evaso: in termini di gettito, sono oltre 30 miliardi all'anno, 2 punti di Pil”. Roma 31 maggio 2010, nella rituale esposizione delle Considerazioni della Banca d'Italia sull'economia c'è un piccolo colpo di scena inatteso, un alzare gli occhi dal foglio, qualche frase detta a braccio dal governatore della Banca d'Italia, che dice: l'evasione la vera macelleria sociale, fatta da quelli che non pagano le tasse ai danni di quelli che le pagano.

E' il solito discorso, la solita litania? Da decenni, sappiamo che il male dei conti pubblici italiani si chiama evasione fiscale; il governatore Draghi ha dato un piccolo indizio in più, sugli ultimi anni: se non fosse stata evasa l'Iva, ha detto, avremmo avuto in cassa 30 miliardi all'anno: il che vuol dire che non ci troveremmo nelle condizioni del debito pubblico in cui siamo, che con quei soldi avremmo potuto risanare una parte del debito o fare alcune spese sociali o investire o ridurre le tasse agli altri, quelli che le pagano. Nelle drammatiche condizioni in cui siamo, parlare di evasione fiscale non è la solita litania ma può diventare l'unica via d'uscita. Ma non basta. Intanto perché parlare non serve a niente, se non si introducono misure concrete e specifiche: ridurre l'uso del contante (tracciabilità dei pagamenti, è tornata in auge adesso che il governo l'ha ritirata fuori al di sopra di un certo ammontare, ma appena insediato l'aveva abolita), certo; ma anche eliminare tutte quelle regole che permettono l'evasione legale con società di comodo, scatole cinesi, paradisi fiscali in patria; rendere deducibili una serie di spese, cosicché l'uso di chiedere la fattura si diffonda anche al di fuori di una ristretta cerchia; combattere il sommerso a tutti i livelli: fiscale, contributivo, amministrativo.

Saltiamo di nuovo nel film. Claudietto, il protagonista, si lamenta perché deve pagare le tasse. Non le paga, perché non fattura, ma se fatturasse le dovrebbe pagare. Per mestiere lui tira su palazzine, in tempi e condizioni allucinanti; sua moglie muore di parto, e lui si butta a capofitto con il suo dolore intollerabile in un'economia intollerabile. “Io sto nell'edilizia, ce so tutti 'mpicci...”. Gli “mpicci” però lui li evita, lavorando completamente al nero. Gli operai sono tutti immigrati, senza permesso e senza documenti. Non c'è contratto, non ci sono contributi, non ci sono orari, non ci sono controlli, non ci sono buste paga. I contanti non sono tracciabili, e quando prendono il volo gli operai mollano il padroncino, portandosi via qualche attrezzo, un po' di materiale e mesi di lavoro non pagato. E anche quando la situazione precipita, la soluzione è al nero: ma un nero italiano, più costoso stavolta.

Questo è il paesaggio desolato nel quale si muovono i personaggi e si affacciano i sentimenti, finché questi resistono o rispuntano nel mare dei soldi che intanto si allarga, prendendo il centro della scena. Questa è l'evasione fiscale quotidiana, la faccia concreta di quel mostro di cui da decenni parliamo in Italia: non c'è solo l'etica, il dovere fiscale che non si fa. C'è anche la violazione di tutte le altre leggi, un nascondersi agli occhi della civiltà: ma è uno strano nascondiglio, quello che ha luogo in un palazzo in costruzione, che tutti possono vedere crescere giorno dopo giorno. E' tutto in nero, il film che si svolge alla luce del sole alle porte di Roma. Chi consente che questo succeda? Perché non c'è mai un controllo, un'ispezione, una retata? L'unica divisa che si vede, nel film, è quella di un vigile urbano, e anche questa diventa oggetto di contraffazione.

Non a caso nelle Considerazioni finali del governatore, subito dopo il passaggio sull'evasione fiscale, si trova quello sulla corruzione. Una corruzione capillare, che in molti casi va insieme alla criminalità organizzata. Ecco un dato, letto da Draghi: “Stretta è la connessione tra la densità della criminalità organizzata e il livello di sviluppo: nelle tre regioni del Mezzogiorno in cui si concentra il 75% del crimine organizzato il valore aggiunto pro capite del settore privato è pari al 45% di quello del Centro Nord”. Qualche giorno prima, in un incontro organizzato a Firenze nell'ambito della manifestazione di Terra Futura, era arrivato – accolto da applausi della sala e circondato da quattro uomini di scorta – il procuratore della repubblica di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone, chiamato a un dibattito su “lavoro e legalità”. E aveva raccontato della terra dove lavora, descrivendola come un'appendice di povertà appoggiata su un mare di soldi; di come funziona e agisce la più potente delle organizzazioni criminali, la 'ndrangheta; di quel che può fare un giudice, un poliziotto, chi per mestiere deve contrastare la corruzione e la criminalità. Poi, arrivando a parlare di quel che possono fare tutti, del privato e comune cittadino, il procuratore ha detto che saremmo già molto avanti se ciascuno pagasse le sue tasse. La platea l'ha interrotto e applaudito, registrando l'enormità di quel che era stato appena detto: una cosa normale, pagare le tasse, diventa un atto civile, quasi eroico. Una cosa pesante, togliersi dei soldi per i quali si è lavorato, è non solo utile per il bilancio pubblico (concetto lontano per molti di noi), ma per la convivenza minima, quotidiana. Evasione fiscale ed economia criminale non sono sempre la stessa cosa, ma sempre più spesso lo diventano nella notte in cui tutti i conti sono neri. E non è un caso che la questione della legalità pubblica e quella dei conti pubblici esplodano insieme, alternandosi sulle prima pagine dei giornali: non c'è un “nero” cattivo che però fa bene all'economia sana, o un sommerso di necessità da tollerare, con il quale convivere. Ma un unico grande malanno, che circola in contanti.

Il protagonista del film “La nostra vita”, Elio Germano, ha fatto rumore a Cannes dedicando la Palma che ha vinto “all’Italia e agli italiani che fanno di tutto per rendere il Paese migliore nonostante la loro classe dirigente”. Eppure l'umanità che il film fa parlare non è migliore della sua classe dirigente: non dirige, subisce, ma da complice. Ne risulta un quadro che forse a prima vista può apparire scoraggiante: non ci sono buoni di qua e cattivi di là, la buona società contro la cattiva politica. Però c'è chi ci prova, a rendere le cose migliori: e già raccontarle per quello che sono è un primo passo.

Articolo scritto per La Rocca di Assisi

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