Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Italiani all'estero

Sabato, 14 Marzo 2020

Bianca è all’aeroporto di Madrid, con l’unica mascherina che la nonna le aveva infilato in valigia in partenza da Napoli.

 

Non si sa mai

Ma nonna che dici

Tu prendila, metti mai

 

Una mascherina basterà per passare qualche ora nello scalo e poi sull’aereo. Bianca se ne va dalla Spagna poiché ha paura. Ha visto da lontano l’Italia entrare nel coronavirus e da vicino i suoi amici, compagni di corso, professori e tutti gli altri starsene ancora allegramente fuori, con la testa, per troppo tempo. Ma Bianca non può tornare a casa sua. Napoli è a sud dell’epicentro del contagio italiano, ma i voli sono bloccati. Allora va in Francia, da sua sorella Valentina che è a Lione. Nel domino del virus, il giocatore-governo francese ha mosso un po’ prima, almeno scuole e università sono chiuse. E la semi-quarantena la farà con sua sorella.

Bianca e Valentina studiano medicina, saranno tra le nostre salvatrici di domani. Sono all’estero per l’Erasmus, il simbolo dell’Europa giovane di ieri. Sono due delle centinaia di migliaia di giovani sparsi per l’Unione come un virus buono. Quelli nati senza frontiere e improvvisamente chiusi in confini invisibili.

L’Italia, primo fronte europeo della pandemia, è anche il Paese che ha esportato più persone negli ultimi anni. Per studiare, per lavorare, per studiare e lavorare. Oggi questo piccolo esercito di italiani in Europa è una prova. Non sono vittime – sono giovani per lo più, le statistiche fanno ben sperare. Non sono soldati-Ryan da salvare – anche se mettere in piedi un coordinamento alla Farnesina non sarebbe una cattiva idea. Non sono un’emergenza – a dispetto della retorica su mamme italiane e bamboccioni imberbi, sono abituati a cavarsela. Sono una prova: la prova che l’Europa unita già c’è, nei fili con cui tanti nati alla fine del secolo scorso intrecciano la trama del nuovo. E che non c’è, visto che non tratta i suoi cittadini come cittadini europei, come se sistemi sanitari sovrani potessero combattere l’antisovranista Covid 19.

Ho parlato con molti di loro, letti i loro tweet e post, viste le loro foto. Non pensano a se stessi, la spavalderia dei vent’anni e la demografia del virus li aiuta. Molti pensano a quelli più avanti con l’età, sanno che bisogna proteggerli. E soprattutto si aspettavano, si aspettano ancora, una risposta comune come le loro domande e le loro vite. Non capiscono perché, se loro sono europei, l’Europa non lo è. Scoprono la lingua bugiarda degli adulti. Magari non sanno niente della spagnola o dei parametri di Maastricht, sarà l’occasione buona per studiare. Una di loro, Antonella, ha letto una mail giunta dal professore di “Guerrilla film-making”, che dice: ragazzi, anche se Boris Johnson non me lo ha chiesto, io farò i corsi online perché voi messi tutti insieme diventate delle bombe biologiche che poi andranno ad abbracciare i nonni e quest’affetto potrebbe essere mortale. E ragazzi, chissà che da questo non vi venga fuori una straordinaria forza creativa. Un altro di loro, Matteo, elabora i numeri della borsa nella più grande fabbrica della finanza, e non capisce perché il suo capo non gli abbia intimato di farlo da casa, quel lavoro. Poi c’è Alessandra, che ha raccolto in Europa il meglio della filosofia politica e oggi per caso si è trovata rifugiata nell’Ungheria dei muri e da lì chiama i genitori chiusi in casa a Milano: state tranquilli.

Qualche anno fa Ken Loach ha fatto uno dei suoi film più belli e meno disperati, The spirit of  ’45. Raccontava degli operai inglesi che dopo la carneficina, tornati dal fronte, imposero la loro idea: abbiamo vinto la guerra, adesso dobbiamo vincere la pace. Nacquero le case popolari, il welfare, il sistema sanitario pubblico. Poi la pace l’abbiamo avuta, da questa parte del mondo, per un periodo lunghissimo. Lo spirito del ’45 l’abbiamo sepolto. Era una pace malata e adesso la malattia è conclamata. Aspettiamo che la curva dei contagi torni piatta, o anche senza aspettare, speriamo che venga fuori lo spirito del ‘20: abbiamo vinto la malattia, adesso vinciamo la salute.

 

Commenti

bella, davvero, l'immagine dei ragazzi che sono il virus buono, ma in un'Europa che non li riconosce come europei, perché si chiama Europa ma non lo é. Chissà che non ne venga fuori qualcosa di nuovo, un abbraccio

Inviato da fiorella farinelli il

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