Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Con quota cento ancora una penalizzazione per le donne

Giovedì, 31 Gennaio 2019

Articolo pubblicato sui quotidiani del gruppo Gedi

I “quotacentisti” sono pronti allo scatto. Ma tra loro, solo c’è solo una donna su quattro. Tra coloro che potranno usufruire della possibilità di andare in pensione quest’anno grazie alle nuove regole introdotte con la legge di stabilità, con 38 anni di contributi e 62 d’età, c’è una schiacciante maggioranza maschile. Qualche tempo fa, parlando del congedo di paternità obbligatorio che pareva sparito dalla prima versione della manovra (e poi è ricomparso, allungato a 5 giorni), il presidente dell’Inps Tito Boeri aveva parlato di “governo maschilista”. I primi calcoli sulla platea che usufruirà di “quota 100” portano a rinverdire quel giudizio.

Non è semplice prevedere con precisione cosa succederà: se inizialmente l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella prima versione della manovra presentata dal governo, aveva stimato una platea potenziale di 475mila aventi diritto (tra i quali circa 150mila donne: poco più del 30%), l’intervento della Commissione europea, l’abbassamento delle coperture – adesso lo stanziamento è di 3,9 miliardi per il 2019 - e la revisione dei meccanismi hanno cambiato le cose. Ci sono nuove finestre, e il divieto di cumulo con i redditi da lavoro per i neopensionati, che fanno pensare che non tutti aderiranno. Il cosiddetto “take-up”, ossia la percentuale di potenziali pensionati che effettivamente chiederanno di usufruire di quota 100, è stato fissato dal governo all’85% per i dipendenti privati e al 70% per i pubblici. I tecnici dell’Inps, dello stesso governo, del parlamento e dell’Upb sono al lavoro sulle tabelle, basandosi sul database dell’Inps. Ne viene fuori che, con i nuovi paletti e disincentivi, la platea complessiva si abbassa, attorno alle 285mila nuove pensioni. E tra queste, solo il 25-26% saranno femminili. Una su quattro, quindi.

Si potrebbe pensare che questa disparità riflette le differenze esistenti sul mercato del lavoro: se ci sono meno donne occupate, ci saranno anche meno pensionate con quota 100. Però le cose non stanno proprio così, poiché le lavoratrici tra i 55 e i 64 anni sono (dati Istat) il 41,6% del totale, dunque la loro quota è più alta di quelle delle future pensionate con quota 100. Il punto è che la nuova opportunità “premia” chi ha carriere lavorative più solide, con continuità di contributi, e le donne spesso hanno percorsi più precari e con frequenti interruzioni. Unica eccezione: la scuola, dalla quale ci si aspetta un sostanzioso contributo all’esercito dei quotacentisti, in gran parte femminile. Ma il flusso in uscita di maestre e prof non basterà a riequilibrare i pesi. Se sono penalizzate da “quota 100”, non si può dire che le lavoratrici siano  premiate dalla cosiddetta “opzione donna”, prorogata anche da questa manovra: che prevede sì la possibilità di andare in pensione prima, ma con una pesante perdita economica, visto che c’è il ricalcolo contributivo dell’assegno.

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