Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Contro vento

Lunedì, 02 Febbraio 2009

"Il mio paese è una nave in un mare di vento". Così scrive Franco Arminio, che è nato e vive a Bisaccia, un paese dell'Irpinia, in un libro intitolato “Vento forte tra Lacedonia e Candela” (Laterza, 2008). Un libro che corre tra quei due paesi, e tanti altri, come il vento che li ha resi celebri nel bollettino meteo della società Autostrade che quasi quotidianamente ci informa dell'aria che tira tra quei due caselli, a cavallo tra la Puglia e la Campania. Da quelle parti c'è la più alta concentrazione di pale eoliche d'Italia e si produce quasi la metà della nostra energia dal vento. La prima energia pulita giunta rapidamente al punto di equilibrio (e di profitto) economico, la prima a farsi vedere e sentire nel territorio. Scatenando passioni e opposizioni feroci: popolazioni locali in agitazione, i Comuni combattuti tra voglia di royalties e comitati anti-pale, il governo nazionale che dà appetitosi incentivi e le regioni che impongono blocchi e moratorie. Con gli ambientalisti divisi come non mai: di qua, i difensori dell'eolico sotto la bandiera di Kyoto, di là i suoi strenui oppositori sotto la bandiera del paesaggio. Pale e polemiche sono destinate a crescere. Di qui al 2020, gli obiettivi di Kyoto ci impongono di triplicare l'energia da fonti rinnovabili, e il settore dell'eolico si candida: abbiamo una potenzialità di 16.000 MW, dicono, ne stiamo usando poco più di 3.000. Royalties e proteste “Mensa gratis per i bambini a scuola più 1.000 euro di bonus all'iscrizione. Assistenza agli anziani. Abolizione dell'addizionale Irpef. E tra un po', via anche la tassa sulla spazzatura”. Giambattista Forgione, medico pediatra e sindaco di Alberona, è orgoglioso del dividendo delle 73 pale installate nel suo comune, 1.200 abitanti in provincia di Foggia. 600mila euro all'anno per ora, più di 1 milione quando sarà finito anche il terzo parco eolico. Solo 30 chilometri più a Sud, nel comune di Faeto, va avanti da anni la lotta di “Liberiamo il vento”, comitato locale che dei soldi se ne infischia e si batte contro “l'eolico selvaggio”. Di comitati del genere ce ne sono tanti, nel triangolo del vento come nelle regioni dove l'eolico si sta appena affacciando. Celebre è stato il caso di Scansano, in Toscana, con l'opposizione capeggiata dal produttore vinicolo Biondi Santi contro le pale visibili dal suo bel castello; ultimo quello di Serravalle di Chienti nelle Marche, dove una “pax eolica” firmata dalle società con gli ambientalisti, tutta centrata su criteri e impegni a protezione del paesaggio, è stata sconfessata da un altro pezzo di ambientalismo. Quasi ovunque, i comitati e i politici contrari trovano al loro fianco Italia Nostra e spesso la Lipu, mentre sono schierate nettamente a favore dell'eolico Legambiente e Greenpeace. In posizione interlocutoria il Wwf, che ha però di recente firmato un protocollo con l'Anev, associazione nazionale dei produttori dell'energia del vento. Cosa succede? C'è davvero una contraddizione insanabile in seno al popolo ambientalista, tra l'obiettivo dell'energia pulita e quello della tutela del paesaggio? O circola una nuova forma di sindrome Nimby, la riduzione di CO2 va bene ma per favore lontano dalla mia villa? Certo piantare pale tra le colline mosse e i borghi italiani non è la stessa cosa che farlo nelle enormi distese spagnole. E però: “Anche i mulini a vento, prima, non facevano parte del paesaggio”, dice Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club. Che aggiunge: “L'alternativa non è tra eolico e nulla, è tra l'eolico e altre fonti di energia, più inquinanti e sicuramente a impatto maggiore anche sul paesaggio”. Sempre dal fronte pro-eolico, Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente, prova a spiegarsi il perché di tante resistenze: “Il boom dell'eolico, alla fine degli anni '90, è partito senza che ci fosse alcun piano né nazionale né regionale. La scelta era ai comuni, che si sono trovati ingolfati di proposte”. E che hanno fatto quei comuni? Hanno detto di sì, spesso senza chiedere né garanzie né opere di ripristino, piazzando però le torri il più lontano possibile, ai confini con gli altri comuni. Così i parchi si sono affastellati e concentrati senza criterio alcuno. “Fino al 2007 si potevano costruire parchi eolici anche nelle zone di protezione speciale per l'avifauna”, dice Danilo Selvaggi, della Lipu. Per il quale “il problema non è solo paesaggistico, ma anche di tutela dell'habitat. L'Italia è un ponte biologico verso l'Africa, abbiamo un obbligo internazionale di proteggere le rotte migratorie”. Ormai sul fatto che non si debbano costruire parchi eolici dove passano i migratori c'è accordo unanime, ma il disaccordo nasce subito dopo: non esistendo una mappa di tali rotte, chi e quando e per quanto tempo deve “osservare” dove passano gli uccelli? Nel far-west regionale, dice Zanchini, ci sono regioni che chiedono osservazioni di anni, come la Liguria, e altre che hanno fatto costruire senza minimamente porsi il problema di nibbi e cicogne. Il paesaggio del vento La diffidenza delle popolazioni locali si deve spesso al fatto che anche nell'eolico c'è stata un'economia del “mordi e fuggi”. Ce la racconta Daniela Moderini, architetto paesaggista e consulente della Fortore Energia: “molte società hanno comprato le terre, fatto gli impianti e poi venduto ad altri gestori”. E chi lavora così, non è che si preoccupa molto di ridurre l'impatto sull'ambiente. Cosa che invece, dice Moderini, richiede un lavoro specifico e lungo, che parte già dalla scelta dei siti: “Il problema non è solo l'inserimento delle torri – che adesso si possono mettere anche in piano, non devono stare per forza sui crinali -, ma anche la programmazione delle opere necessarie per installarle, e delle strade per raggiungerle”. Un lavoro di scelta e progettazione del “paesaggio del vento”, che negli anni dell'eolico arrembante non è stato fatto. Anche perché nessuno lo chiedeva alle società produttrici. L'improvvisazione non ha avuto buoni esiti, se si guarda all'economia: cresciuta (anche se meno di quanto potrebbe e dovrebbe) nella produzione di energia eolica, l'Italia ne importa però tutte le tecnologie dall'estero. I suoi occupati nel settore del vento sono 13.630 compreso tutto l'indotto: la Spagna ne ha 180.000, la Germania 80.000. E' tra i primi dieci paesi produttori, ma non si vede una sua azienda tra i primi dieci colossi dell'eolico. Così – a proposito di impatto ambientale – le pale e le torri devono arrivare dalla Germania, con trasporto eccezionale lungo 40-45 metri e con un notevole dispendio di CO2. Quanto al futuro, si guarda con speranza a soluzioni a minore impatto sul paesaggio, come il mini-eolico e l'avveniristico “aquilone”, l'eolico di alta quota che sta sperimentando una newco milanese, la Kite Gen. E ad altre già in atto come l'off shore, che è un po' più costoso ma dà meno problemi a paesaggio e uccelli. Anche se non per questo trova meno resistenze. In Molise il progetto di parco eolico off-shore di fronte alla costa tra Vasto e Termoli è bloccato da un niet della Sovrintendenza ai beni architettonici e paesaggistici, dopo essere stato osteggiato in modo bipartisan sia dalla regione di centrodestra che dall'ex ministro Antonio Di Pietro. “Nessuno spiega perché le pale a 5 miglia dalla costa disturbano, le piattaforme petrolifere a due passi e i progetti di porti turistici no. Per non parlare degli scempi fatti sulla costa”, commenta Mauro Di Muzio, di Legambiente Molise. Regione nella quale ci si divide anche su un altro progetto, a ridosso degli scavi archeologici di Saepinum. Discussioni destinate a crescere, in tutte le regioni. Visto che, come sottolinea Silvestrini, dall'anno prossimo è a loro carico l'obiettivo di portare l'energia da fonti rinnovabili dal 5 al 17% del fabbisogno: in mancanza di azioni concrete, dovranno pagare sanzioni. Pubblicato su National Geographic, febbraio 2009

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