Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Così Mps diventa Monte dei Paschi di Stato

Giovedì, 22 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Fino a poco più di un anno fa, il nostro sistema bancario era solido e i risparmiatori italiani potevano stare tranquillissimi. O almeno, questo era quello che dicevano sia la politica che le autorità di vigilanza. Tant’è che, mentre in altri Paesi europei - oltre che negli Stati Uniti - c’erano stati interventi pubblici per salvare le banche, da noi non ce n’era stato bisogno.

Dalla fine del 2015, contrordine: prima il crac intitolato a Banca Etruria ma che ha coinvolto altri tre istituti minori (Banca Marche, Cassa di risparmio di Ferrara e CariChieti), poi il caso della Popolare di Vicenza e l’esplosione della crisi del Monte dei Paschi, che incubava in realtà da anni. Fino all’altro giorno, e alla decisione del governo di mettere 20 miliardi di debito pubblico sul piatto dei salvataggi bancari. Possibile che tutto sia emerso nel giro di pochi mesi, e precipitato in pochi giorni, appena all’indomani del referendum del 4 dicembre? Come si spiega tutto ciò, e cosa può succedere adesso?

La conclamata “salute” del sistema bancario italiano aveva dell’inverosimile, e dell’eccezionale. È vero infatti che il nostro sistema, per essere relativamente più chiuso, era stato meno esposto al primo colpo della crisi finanziaria, quello del 2008. Ma da allora a oggi l’economia reale in Italia ha perso più che in ogni altro Paese (Grecia esclusa), e il Pil pro capite in termini reali è del 10% più basso di quello del 2000.

Le banche sono i soggetti che dovrebbero finanziare l’economia reale, erano esposte verso le imprese che stavano chiudendo o tagliando e verso le famiglie in difficoltà: il fatto che non si fossero manifestate crisi bancarie era visto, fino a poco fa, come un quasi miracolo. Ora sappiamo che più che un miracolo era polvere messa sotto al tappeto.

Senonché, nelle crisi bancarie che si sono manifestate, quel che viene fuori è che non ci sono solo le sofferenze legate alla cattiva salute dell’economia reale, ma anche gestione allegra, o clientelare, o disinvolta. Spesso legata a una commistione tra gli istituti di credito, la politica e l’imprenditoria locale.

Fino a un certo punto, i problemi sono stati coperti dall’emissione di titoli che le banche hanno piazzato ai loro stessi clienti e correntisti: le obbligazioni subordinate, che spesso sono state vendute come titoli sicuri ma che non lo erano affatto. Poi le regole europee si sono strette, sono diventati più rigidi sia i criteri di patrimonializzazione delle banche che quelli per i salvataggi, e il tappeto che nascondeva la polvere si è strappato.

Nelle prossime ore si capirà se la dirigenza del Montepaschi è riuscita a ricucirlo con una complessa operazione sul mercato, fortemente propugnata dal governo Renzi ma entrata in forte difficoltà su tutti e due i fronti: quello dei risparmiatori che detengono obbligazioni subordinate, che dovrebbero accettare di diventare azionisti della banca; e quello dei grandi investitori, dei cavalieri bianchi che dovrebbero mettere la fetta maggiore dei soldi che servono, mentre il fondo Atlante dovrebbe favorire il tutto trasformando la polvere sotto il tappeto (i “non performing loans”, i crediti non esigibili) in nuovi titoli da collocare sul mercato.

Una costruzione complessa e molto simile a un nuovo castello di carte. Che, secondo le previsioni della vigilia, non vedrà la luce: per questo il governo è corso ai ripari, predisponendo le risorse per un intervento pubblico, una rete di sicurezza da 20 miiardi che scatterà appena sarà chiaro che l’operazione “di mercato” è fallita. Non è stabilito ancora in che modo interverrà il governo, mentre è evidente qual è il problema principale: il trattamento degli azionisti e soprattutto dei 40.000 piccoli obbligazionisti, che, secondo le regole europee dei salvataggi pubblici, dovrebbero pagare, con la conversione delle loro obbligazioni in azioni che, all’inizio, varranno assai poco.

Al contrario di quel che si potrebbe pensare, la nazionalizzazione non “salva” tutte queste posizioni: anzi, potrebbe far esplodere il problema. Si poteva fare meglio? Per il passato, di certo sarebbe stato preferibile un intervento tempestivo invece dei rinvii continui, motivati dalle scadenze

 

elettorali più che da quelle tecniche. Per il futuro, si attende ancora una norma molto semplice, che potrebbe evitare nuove tosature del “parco buoi”: proibire alle banche di piazzare titoli finanziari propri, in evidente e dannoso conflitto di interessi.

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