Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Culle vuote per paura del futuro

Sabato, 22 Ottobre 2016

Commento pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 22 ottobre 2016

Culle vuote, anzi deserte. Se il 2015 è passato alla storia della demografia come l’anno del picco delle morti, il 2016 rischia di consegnare un altro primato, non meno triste. Lo ha notato ieri la Repubblica, mettendo in fila i dati mensili che arrivano dall’Istat sulle nascite, aggiornati a giugno 2016. Nei primi sei mesi dell’anno il trend discendente delle nascite è proseguito, anzi si è accentuato vertiginosamente. Tranne il mese di febbraio, tutti gli altri hanno consegnato sistematicamente un segno “meno” rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. E così, nel primo semestre le nascite in Italia si sono fermate poco sopra quota 221.000, contro le 236.000 dell’anno precedente. In percentuale, si tratta di un calo del 6%. Per fare un confronto, basti dire che nel 2015 – che finora era considerato l’anno più negativo, quello nel quale si è scesi sotto la soglia del mezzo milione di neonati – la riduzione sull’anno precedente era stata del 3,1%.

Il fenomeno ha un nome inglese – la “baby recession“, la denatalità collegata alla crisi economica – ma caratteristiche tutte italiane. Tranne la Grecia, non c’è altro Paese in Europa paragonabile a noi, da questo punto di vista. Sul fenomeno italiano incidono diverse cause: c’è un banale dato demografico, per cui ci sono sempre meno donne in età da far figli; c’è il minor apporto delle straniere, che avevano contribuito alla ripresa della fertilità in Italia; e c’è il fatto che le giovani donne e i giovani uomini, ci dicono tutti gli indicatori, stanno rinviando il momento della maternità o paternità; oppure stanno rinunciando. Il calo infatti non è solo in numeri assoluti, ma anche guardando al numero di figli per donna: nel 2015 era sceso a 1,35. Nel 2008, ultimo anno della breve ripresa delle nascite a cui abbiamo assistito in Italia dopo il minimo di 1,19 toccato nel ’95, era di 1,45.

Salvo una svolta nella seconda metà dell’anno, alquanto improbabile, il bilancio demografico del 2016 consegnerà nuovi record molto negativi. Non siamo di fronte a una libera scelta, ma a un effetto delle difficoltà economiche e abitative, e dell’incertezza lavorativa. Una montagna di ostacoli, di fronte ai quali le blande misure di conforto – più che di incentivo – finora varate non hanno avuto alcun effetto. Nel 2015 era in vigore il bonus bebè, gli 80 euro al mese dati per ogni nuovo nato per le famiglie con reddito sotto i 25mila euro. Il bilancio di quella misura dovrebbe far riflettere: non solo non ha invertito il trend discendente, ma lo hanno chiesto ancora meno famiglie di quelle che ne avrebbero in teoria avuto diritto (203.000, il governo ne prevedeva 330mila, i nuovi nati sono stati 488mila). Come mai? O non c’era sufficiente conoscenza della misura, oppure quelli che hanno fatto figli erano per la maggior parte fuori dai requisiti di reddito, cioè guadagnavano “troppo” per poter chiedere il bonus.

Con la manovra dell’anno prossimo, il governo stanzia 600 milioni per le famiglie, al cui interno c’è il rifinanziamento del “bonus bebè”, un altro bonus di 800 euro che si darà a tutte le mamme prima della nascita (indipendentemente dal reddito: lo prenderebbe anche Barbara Berlusconi, se non partorisse prima), il rifinanziamento dei voucher per baby sitter e nido per le mamme lavoratrici che tornano subito al lavoro (questa misura invece ha avuto buon riscontro, dopo una partenza iniziale assai stentata). Un aiuto, anche piccolo, è meglio che niente, anche se ci sarebbe da discutere sul regalo da 800 euro uguale per tutti. Ma è evidente che si tratta di un sostegno a chi ha già deciso di far figli, non certo di un dato che può determinare o accelerare la scelta di farli. A restare solo nella logica economica, bisognerebbe affrontare il problema alla radice, ridurre l’incertezza e la precarietà dei percorsi lavorativi, intervenire sul problema delle abitazioni, sostenere il lavoro femminile (negli anni in cui una ripresa demografica c’è stata, questa è avvenuta nelle regioni dove più alta era l’occupazione retribuita delle donne). Ma dati così negativi come quelli della prima metà dell’anno ci fanno temere che siamo oltre la sola logica economica, e fanno intravedere una più sottile ma pervasiva difficoltà a guardare e pensare al futuro. Speriamo di sbagliarci.

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