Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Diritti di carta

Venerdì, 16 Settembre 2016

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 16 settembre

Dovevano rientrare in Italia a giorni, i cinque figli e la moglie di Abd Elsalam Ahmed Eldanf. Adesso piangono la salma del loro papà e marito. Morto a Piacenza durante una protesta operaia, mentre rivendicava i suoi diritti. Una notizia giunta nella notte, che ha fatto piombare un’intera famiglia nel lutto e il nostro Paese in una scena da Ottocento operaio. Le prime testimonianze, del fratello e dei compagni di Eldanf, raccontano di un picchetto sfondato dal camion; una veloce ricostruzione della procura avvalora la tesi di un incidente; i sindacalisti della Usb – Unione sindacale di base, sigla molto presente nel mondo della logistica e in particolare nel polo di Piacenza, il più grande d’Italia – parlano di assassinio. Non ci vorrà molto per una ricostruzione attenta: rispetto all’Ottocento abbiamo in più, adesso, video, messaggi, comunicazione istantanea. Quello che non abbiamo in più, purtroppo, è la garanzia che i diritti scritti sulla carta valgano davvero per tutti e ovunque.

Quello della logistica è un settore trainante, in espansione ovunque. La sua efficienza può fare la differenza tra un’economia e l’altra, tra una regione e l’altra. Piacenza, per geografia e infrastrutture, si è trovata al posto giusto e ha attratto il più grande centro italiano, che serve tutt’Europa. Nei suoi magazzini ci sono i marchi che affollano le nostre case, le merci delocalizzate che poi, per essere consumate, devono tornare a noi. Essere immagazzinate, smistate, caricate e scaricate. Nell’era della preannunciata fine del lavoro, il vecchio lavoro del facchino non è affatto finito. Quel lavoro faceva Eldanf, e le cronache sottolineano che aveva un contratto a tempo indeterminato dal 2003, dunque stava protestando non per sé ma per tredici colleghi precari, con contratto a tempo determinato, che attendono l’assunzione. Contratti, sindacati, scioperi: sembra tutto molto avanzato, sono le conquiste del nostro Novecento. Senonché, i contratti di questo tipo sono siglati con cooperative, che lavorano per i grandi corrieri. E queste cooperative cambiano ogni anno, si sciolgono e si riformano, assumendo in parte le stesse persone in parte no. Sono il lavoro più flessibile che ci sia, garantendo più o meno la stessa formazione e fedeltà del lavoratore, ma a condizioni che si ricontrattano di continuo, in base alle esigenze del ciclo produttivo. Le paghe sono bassissime, ferie e malattie un lusso inconcepibile: la parola cooperativa, idea nobile sempre dell’Ottocento, è capovolta nel suo contrario. E tutto questo per la parte emersa, poi c’è anche il nero per chi vuole ancora maggiore flessibilità.

Per almeno l’80 per cento questo tipo di lavoro è svolto da immigrati. E al loro interno c’è un particolare turn over, man mano che una comunità comincia a organizzarsi e rivendicare dei diritti ne subentra un’altra. È un universo, un mondo del lavoro che non consideriamo quando parliamo dei numeri dell’aumento o della riduzione dell’occupazione, e neanche quando parliamo del contributo degli immigrati al Pil: le badanti nelle case le vediamo, mentre quelli che permettono alla nostra libreria smontabile o ai vestiti che abbiamo ordinato on line di arrivare in tempi rapidissimi nelle nostre case sono più nascosti. Possiamo permetterci, dopo che la tragedia di Piacenza ha acceso i riflettori su questo mondo del lavoro, e a prescindere dalle responsabilità individuali e dalla verità giudiziaria che verrà accertata, di non vedere più tutto questo? Può permetterselo un ministro del lavoro che del mondo della cooperazione, quella “forte”, era uno dei massimi dirigenti?

Scrive Enrico Moretti nel suo testo sulla Geografia del lavoro che sono i lavori nuovi, quelli della conoscenza, che porteranno lo sviluppo, ma che questo sviluppo sarà fatto dell’insieme dei lavori che i settori hi-tech trascinano con sé, soprattutto nel settore dei servizi. Il benessere dei lavori “buoni”, è la tesi, porta con sé anche l’onda dei servizi che gli crescono intorno. Ma purché i servizi non siano svolti da servi, ma da altri lavoratori con le stesse regole e diritti di base. Lo impone la nostra Costituzione, in quella sua parte – l’uguaglianza sancita nell’articolo 3 - che non è modificabile.

 

 

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