Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Europa, scudo politico cercasi

Martedì, 10 Luglio 2012

Forse quest'anno vedremo meno facce abbronzate di politici in tv, probabilmente svaniranno i resoconti patinati di vacanze esotiche di leader e famiglie, quasi certamente un certo pallore sarà la versione estiva del famoso loden assurto a simbolo della sobrietà del nuovo corso montiano. C'è la crisi, bisogna sorvegliare lo spread, i discorsi sull'economia virano tutti al nero: stonerebbero, in questo clima, esibizioni di lusso e ricchezza. In realtà stonavano anche l'anno scorso e l'altro ancora: ma Monti, a quanto pare, ha più sensibilità – o fiuto politico – di altri, e così ha caldamente invitato i suoi ministri a prendere poche ferie e restare nei paraggi. Non sono scelte ininfluenti, né da relegare nella categoria dell'ipocrisia (come fece l'anno scorso l'entourage di Rutelli a chi rimproverava all'ex leader la lunga vacanza esotica, peraltro nella stessa isola nella quale erano sbarcati, vedi il caso, Casini e Fini). Così come non è ipocrita, ma saldamente politica, la scelta di Angela Merkel di sbarcare quasi da privata cittadina a Ischia ogni anno, come una qualsiasi tedesca abbastanza benestante di mezza età, trascinandosi dietro marito e trolley.

 

Ma, oltre che sobria, è anche un'estate saggia, per la politica e le sue ossessioni ormai prevalenti, l'economia e la finanza? Si placheranno un po' le tensioni sui mercati e nelle capitali europee? O dobbiamo aspettarci clamorosi colpi di scena e svolte storiche, al di là delle oscillazioni ansiogene dello spread? Non dimentichiamo che spesso, nella storia, è stato proprio nei giorni in cui il mondo (ricco) è in vacanza che l'economia, la finanza e la geopolitica si sono divertite a sferrare colpi a sorpresa. Basti ricordare il discorso di Nixon del lontano 15 agosto 1971, con il quale l'allora presidente degli Stati uniti d'America si presentò in tv per annunciare ai propri concittadini che non c'era più oro dentro i loro amati dollari: tecnicamente, si chiama “la fine della convertibilità del dollaro in oro”, di fatto segnò l'abbandono di un sistema monetario di cambi fissi e il passaggio a un nuovo regime, basato sui cambi flessibili. Fu allora che cominciò a maturare, dall'altra parte dell'oceano, l'idea di legare in qualche modo tra loro le nostre monete, spuntò l'immagine del “serpente monetario europeo”, che poi divenne sistema, e infine – addirittura – moneta unica. Quella moneta unica senza Stato che, in tempi di crisi, presenta il conto della sua intrinseca instabilità e ingovernabilità, nell'estate del 2012: speriamo di non dover assistere a un annuncio paragonabile a quello di Nixon, magari vedendo il mezzobusto di Angela Merkel alla tv tedesca ad annunciare … il ritorno del deutsche-mark- standard.

 

Per venire a estati più vicine, e fermandoci ai fatti economici (tralasciandone altri epocali, come il colpo di stato che a Mosca mise fine, il 19 agosto 1991, alla perestrojka di Gorbaciov): fu una notte di fine luglio, nel 1992, a portarci l'abolizione definitiva della scala mobile, con accordo firmato a Palazzo Chigi (presidente del consiglio Giuliano Amato, segretario generale della Cgil Bruno Trentin, presidente della Confindustria Luigi Abete). Anche allora si era in piena emergenza economica, con il dissesto delle casse pubbliche alle porte; in piena emergenza criminale, dopo le stragi di Capaci e via D'Amelio; nonché in piena emergenza morale, con l'inizio della valanga di Tangentopoli. Fatti molto lontani eppure tanto vicini, a osservarli con gli occhiali (e anche con le notizie) dell'oggi. Gli operai italiani andarono in ferie con una busta paga che conteneva ancora la scala mobile, e tornarono che non c'era più: il segretario della Cgil Trentin si dimise subito dopo aver firmato l'accordo, la cui approvazione frettolosa fu motivata proprio in base all'emergenza finanziaria, alla necessità di rassicurare i mercati, di scongiurare la svalutazione della lira. Che invece arrivò lo stesso, nel settembre dello stesso anno, massimizzando gli svantaggi per i ceti dipendenti – che avevano perso la difesa del potere d'acquisto – e i vantaggi per i loro datori di lavoro – che si giovarono della lira svalutata per esportare e fare profitti.

 

 

 

Lette così, le cronache finanziarie dell'estate possono sembrare, almeno per l'Italia, cronache di un eterno ritorno: l'emergenza che viene sempre non prevista; l'urgenza che è sempre dettata dall'esterno, anche se si riferisce a guai che ci portiamo dietro da anni se non secoli; l'assenza (apparente) di alternative, per un pericolo incombente dietro l'angolo. E il precipitare di tutto ciò nelle giornate d'estate, a fabbriche chiuse e proteste improbabili. Però stavolta c'è qualcosa di diverso. Al quarto anno della crisi iniziata – ancora una volta – a fine estate, anno 2008, con il crollo della Lehman Brothers, l'Europa vive nel pieno drammatico compiersi del “trilemma di Rodrik”, così battezzato dal nome dell'economista americano che ha posto la domanda: possono convivere la totale libertà di scambi e movimenti di capitali, con l'esistenza di stati nazionali e di regimi democratici al loro interno? Quando leggiamo dei mercati che si inabissano perché i greci hanno votato “male”, o dello spread italiano che sale perché tra un anno anche noi dovremo tornare a votare (e questo genera incertezza sul dopo-Monti), di cosa stiamo parlando, se non di una inconciliabilità intrinseca tra lo spazio e il tempo della democrazia e lo spazio e il tempo del mercato? E' vero, i politici (greci, italiani e tutti gli altri) avrebbero una qualche arma per combattere nel trilemma: per esempio, cominciare col parlare più chiaro, dichiarare le loro intenzioni, tracciare programmi di medio periodo e non scritti solo per vincere le elezioni. Ma non basterebbe, a “placare i mercati” - come si dice oggi, con linguaggio che sempre più dà sembianze umane a quella che è solo una convenzione sociale, il luogo degli scambi. “I mercati” vorrebbero anche la sicurezza che dalle urne non uscirà una maggioranza che vuole il ritorno alla lira, oppure una composizione del parlamento che non dà maggioranze, o ancora una compagine che non prende quelle misure che da qualche parte qualcuno ha deciso essere favorevoli ai mercati stessi. Questa la vulgata. Facilmente rovesciabile nel suo contrario: “i mercati” in realtà sono a perfetto agio in tale situazione di incertezza, perché è proprio questa che alimenta quelle scommesse al ribasso o al rialzo che fanno la fortuna di chi investe a breve termine le proprie ricchezze.

 

In realtà, la politica europea avrebbe uno strumento fortissimo per uscire dal trilemma: diventare, appunto, europea, fornendo essa stessa quello scudo anti-spread che le autorità monetarie non acconsentono a darci. Uno scudo democratico, contro gli spread di opportunità, benessere reale, partecipazione politica. Pensiamo a una campagna elettorale nella quale ciascuno dice cosa materialmente farà per salvare l'Europa cambiandola, e lo dice avendo al suo fianco – in rete, in tv o in un comizio dal vivo – il politico o la politica dello stesso partito in Germania, in Francia, in Finlandia. Pensiamo a partiti ed elezioni transnazionali, e a discussioni in cui non ci si debba occupare dei vestiti di Nicole Minetti ma dei salari tedeschi, francesi, italiani, greci. Pensiamo a una specie di Erasmus della politica, in cui quella che è rimasta la parte più provinciale d'Italia (i palazzo della politica, nelle province come nei ministeri centrali) vada a lezione di buone pratiche. Pensiamo a una classe politica che impari a regolare la finanza, e non farsi da essa regolare. Pensiamo a sincronizzare i voti in Europa, non solo le manovre di bilancio. Forse è solo il sogno di un giorno di mezza estate. Ma è sempre meglio degli incubi reali che quotidianamente viviamo.

Nelle foto: leader europei presenti alla firma del Trattato di Maastrich, 1991. Nixon annuncia in tv la fine della convertibilità del dollaro in oro, 15 agosto 1971. Il fallimento Lehman Brothers, settembre 2008.

 

 

 

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