Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Flessibilità, basta chiederla. Una troika sul post-terremoto

Mercoledì, 31 Agosto 2016

Commento pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 31 agosto 2016

In tutt’Europa, dove più dove meno, gli investimenti languono. Dall’anno d’inizio della crisi a oggi, gli investimenti sono scesi, in rapporto al Pil, di quasi tre punti percentuali nella media dell’Unione, di quasi 4 punti in Italia. Da noi la riduzione ha interessato sia le spese pubbliche in conto capitale, che quelle private: in entrambi i casi, la discesa è continuata fino al 2015, cioè anche negli anni della presunta fine della crisi. Dunque gli investimenti servono in Europa, e il taglio di quelli pubblici non ha liberato risorse per quelli privati. Ci sarebbe più di una ragione, sia teorica che storica, per escludere la spesa pubblica per investimenti dai tetti del patto di stabilità.

E questa ragione si rafforza se si parla del finanziamento degli interventi necessari per la sicurezza del territorio, all’indomani di una catastrofe che ha mietuto vittime proprio per il mancato adeguamento degli edifici, pubblici e privati, alla sicurezza antisismica. Se, come disse Prodi, il patto di stabilità che l’Unione europea si è auto-inflitta è, in via generale, “stupido”, ancor meno intelligente può risultare l’avere incluso in questo patto non solo le spese correnti ma anche quelle per gli investimenti.
Ma questo ragionamento non pare destinato al successo, nella nuova trattativa che si è aperta con l’Europa dopo il dramma del terremoto. Applicando rigidamente le regole, Bruxelles ha già fatto sapere che sarà concessa una flessibilità – ossia, una licenza di fare nuovo deficit – solamente per gli interventi immediati: per l’emergenza dopo l’ultimo terremoto, e non per evitare i danni dei prossimi. Né pare destinata a un grande risultato la risposta arrembante di Renzi: e allora noi quei soldi ce li prendiamo, ha detto, senza spiegare come e dove. Sui motivi di questa rigidità, dovremmo interrogarci, perché parla a fondo dei mali dell’Europa ma anche di quelli dell’Italia. Quelli dell’Europa sono presto detti e scritti, chi non voleva vederli prima li ha ammessi dopo la Brexit: un’Unione che non è capace di ripensarsi neanche davanti ai suoi fallimenti e alle sue tragedie, non ha un grande futuro. Ma non possiamo cavarcela, anche questa volta, dando tutta la colpa all’Europa e ai suoi patti, o peggio dando l’impressione di volerli scavalcare usando una tragedia terribile come pretesto. Purtroppo è quello che, tra i falchi di Bruxelles ma anche tra i contribuenti dell’Europa del nord, si potrebbe esser tentati di pensare.

Da diversi anni ormai la manovra economica annuale è preceduta da una estenuante ricerca della “flessibilità”. Già la contrattazione era in corso, prima che il sisma di Amatrice portasse ad aprire un nuovo capitolo. E’ un metodo viziato che apre un circolo vizioso. Non solo per i difetti di costruzione dell’euro, evidenziati in modo tranchant dall’ultimo libro del premio Nobel Stiglitz, che pronostica una prossima fine dell’esperimento della moneta unica. Ma anche perché, concentrandosi tutto sul “quanto” di flessibilità concessa – quanto debito pubblico potremo fare anche quest’anno -, lascia pochissimo tempo e spazio al “cosa”. Già nelle ultime due manovre il governo italiano ha goduto di un margine di flessibilità, non enorme ma comunque consistente rispetto ai tempi lacrime e sangue dei Monti e dei Letta. E cosa ne ha fatto? Iniezioni di spesa pubblica e riduzioni di tasse che non hanno smosso l’economia dal suo letargo. Provvedimenti più efficaci nel raccogliere consenso di brevissimo periodo che nel mietere effetti a medio e lungo periodo. Lo stesso piano di Casa Italia – un progetto di manutenzione del territorio, non con finanziamento di grandi opere ma di piccole opere capillarmente diffuse – avrebbe potuto essere varato due anni fa: forse avrebbe avuto un minor incasso di voti alle Europee, rispetto agli 80 euro in busta paga, ma avrebbe dato più lavoro e sicurezza. Forse può ancora succedere, a patto di fare scelte precise, con le risorse scarse che ci sono, e anche di sacrificare un po’ di consenso spicciolo. Saremmo forse allora più credibili nel chiedere che gli attestati di amicizia e sincera commozione, ovunque manifestati dopo il sisma, diventino anche solidarietà pubblica. Magari chiamando Bruxelles – perché no? – a vigilare sulla trasparenza della ricostruzione e della messa in sicurezza: una troika sul post-terremoto, visti i precedenti, forse potrebbe aiutarci.

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