Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Giganti in ginocchio

Venerdì, 31 Maggio 2013

“La società non esiste”, diceva Margareth Thatcher. In morte della lady di ferro, molti hanno ricordato la sua famosa frase che ha inaugurato il trentennio delle privatizzazioni. “Il mercato non esiste”, verrebbe da dire oggi, leggendo gli scritti di Colin Crouch, e in particolare l'ultimo libro, “Il potere dei giganti” (Laterza):  nel quale si mostra che, per larghi settori dell'economia, la libera concorrenza è schiacciata dai grandi conglomerati industriali e finanziari, che dello Stato e dei governi non sono gli antagonisti, ma i “poderosi alleati”. Mentre può essere proprio la società civile, nelle sue molteplici forme di autorganizzazione, a rompere i giochi e costringere i giganti a qualche forma di controllo, scrive il teorico della “post-democrazia”.

Sul tema Colin Crouch terrà una lezione al Festival dell'Economia di Trento, dedicato quest'anno al tema delle “Sovranità in conflitto”.

 

Quanto potere reale hanno i giganti degli anni '10, dopo tutto quel che è successo alla finanza e all'economia? Non sono anch'essi un po' malati?

 

Certo, c'è una contestazione delle grandi imprese, e un dibattito che fino a dieci anni fa era inimmaginabile: si veda il movimento a favore della tassa sulle transazioni finanziarie, o l'attenzione che c'è sull'elusione fiscale dei grandi gruppi. I comportamenti dei giganti sono ora sorvegliati criticamente. Ma le grandi imprese restano assai potenti, con un ruolo da protagoniste. Anzi, rivendicano che si faccia di tutto per aiutarle, proprio per la condizione di debolezza in cui si trovano.

 

Lei descrive la finanza così: un gioco di scommesse su corse di cavalli virtuali. Ma intanto i cavalli in carne e ossa – l'economia reale – non ce la fanno più. Perché il gioco delle scommesse va avanti, nonostante tutto?

 

Perché il settore finanziario produce redditi molto facili, soprattutto per le economie angloamericane. Questo succede anche quando i redditi dei lavoratori sono sotto pressione, poiché resta possibile che questi consumino, se possono indebitarsi, e un settore finanziario deregolamentato può accettare anche di concedere prestiti molto rischiosi. Nonostante tutto quel che è successo, negli Stati Uniti e in Gran Bretagna c'è chi punta, per uscire dalla crisi, sul rialzo dei prezzi delle case, che farebbe ripartire il circuito dell'indebitamento privato: proprio quello che ha causato il crac. Il problema è che dappertutto i governi sono dipendenti dal settore finanziario, e dunque timidissimi o indulgenti verso di esso. Possono permettersi di ignorare le piccole imprese del tessile che muoiono, ma non i problemi delle banche.

 

Chi può, davvero e con una qualche speranza di efficacia, controllare i giganti?

 

Serve una collaborazione internazionale tra governi. Questo è molto difficile, perché ogni singolo governo è tentato di non partecipare, poiché avrebbe vantaggi dal restare fuori da tale collaborazione. Ma istituzioni come il Fondo monetario internazionale e l’Ocse hanno capito bene i rischi della situazione attuale, e penso che stiano pronte a supportare iniziative. Abbiamo un'occasione: dopo la crisi e il comportamento delle banche c’è un popolo arrabbiato, e organizzazioni internazionali preoccupate. Chi soffre per la perdita del lavoro o della propria azienda non è più disponibile a tollerare tante cose.

 

Sta proponendo un'alleanza tra gli indignados e uno dei loro principali nemici, il Fmi, per dare l'assalto al potere sovrano dei giganti?

 

E' un'alleanza tacita, nei fatti. E' vero che il Fondo sta continuando a fare pressioni sulle politiche di austerity su paesi come la Grecia e l'Italia. Ma al Fmi come all'Ocse sono anche molto preoccupati dalle conseguenze del sistema che abbiamo messo su nell'ultimo trentennio, sanno che non è un'economia sana e cercano di correre ai ripari. Anche a livello europeo si dovrebbe fare qualcosa di simile, con una politica sovranazionale: quella di cui il mio paese, la Gran Bretagna, è tra  più fieri oppositori.

 

(Intervista pubblicata sul n. 21 dell'Espresso, 31 maggio 2013)

 

 

 

 

 

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