Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Gli anelli deboli del dopo Brexit

Venerdì, 24 Giugno 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

“It's the economy, stupid!”, fu lo slogan ispiratore della vittoriosa campagna presidenziale di Bill Clinton nel 1992. Stavolta, dopo il dirompente risultato del referendum sulla Brexit, dovr4ebbe essere rovesciato: non è l'economia, o almeno, non è solo l'economia, che ha mosso la maggioranza degli elettori britannici. La razionalità economica voleva una permanenza del Regno Unito nell'Unione, dove già stava con uno statuto speciale e poteva lucrare sulla sua potente piazza finanziaria, sull'attrazione dei cervelli e sui liberi commerci nell'area economica più sviluppata del mondo. E infatti, sterlina e borsa inglese sono scese in picchiata alla notizia.

Però, più ancora della piazza finanziaria di Londra, hanno pagato quella italiana e quella spagnola. Il che ci dà qualche indizio sulle conseguenze che quel voto avrà dalle nostre parti.

Sono gli anelli deboli dell'Unione quelli che potranno pagare di più per la secessione del suo anello forte. Per motivi economici e politici. Quelli economici stanno nei numeri degli scambi commerciali tra Italia e Gran Bretagna, che vedono un forte export, che si prevedeva in salita nei prossimi anni e che già viene rivisto al ribasso. Di quanto, sarà da capire: non succederà subito, e tutto dipenderà dalla trattativa che si apre tra il governo britannico (quale?) e Bruxelles. Ma certo si preannunciano nuove barriere, possono rispuntare i dazi, potrà essere limitata la libertà di movimento per i comunitari. Ma ancora più preoccupante è il costo dell'instabilità finanziaria: di nuovo la speculazione ha preso di mira i titoli pubblici dei Paesi deboli, lo spread si è riaperto, e anche se il governatore della Bce Draghi è pronto con la sua politica “non convenzionale” a fronteggiare questa nuova emergenza si può prevedere una nuova estate calda sulle piazze finanziarie. Che, a sua volta, avrà ricadute sulle condizioni del credito e dunque sull'economia reale.

D'altro canto, la tremenda sfida portata all'Unione dal voto britannico potrebbe aiutare i Paesi più a rischio, come il nostro. A patto che a Bruxelles – e a Berlino – apprendano qualcosa dalla lezione e siano una sterzata a una politica europea che viene rifiutata dai cittadini ogni volta che si va a votare. E' successo varie volte nella storia dell'Unione, e man mano il No ha preso una connotazione sempre più nazionalista, protezionista e xenofoba. Ma alla radice c'è il deficit democratico dell'Europa di Maastricht, e l'incapacità della tecnocrazia europea di allontanarsi dalle sue certezze e affrontare in modo nuovo una situazione del tutto nuova, ossia la più grave crisi economica dal 1929. Se Bruxelles (con il consenso di Berlino) concedesse più flessibilità nei conti pubblici, introducesse reali meccanismi di compensazione agli squilibri tra gli Stati – quelli dei deficit pubblici ma anche quelli commerciali – e affrontasse in modo davvero solidale la crisi dei profughi, le cose potrebbero migliorare per tutti, ma soprattutto per i Paesi più esposti su tutti questi fronti, tra i quali l'Italia. Il cui governo ha adesso, dalla sua, un'arma politica in più: ergersi come “diga” al contagio del fronte anti-europeo anche qui da noi.

Ed è qui la vera, e più potente, conseguenza del voto inglese. Che non riguarda l'economia, ma l'effetto di contagio politico. Se possono farlo loro, possiamo farlo anche noi, è il ragionamento che si diffonde. E' un ragionamento – o meglio, un umore – che riguarda soprattutto gli elettori più anziani, coloro che vivono fuori dai grandi centri, e i ceti sociali più colpiti dalla crisi. Per contrastare questa straordinaria mobilitazione “contro”, non basteranno gli argomenti razionali – che pure vanno cercati, a partire dalla svolta politica europea di cui si parlava prima. Ma servirà anche una altrettanto straordinaria mobilitazione, anche emotiva ed ideale, dei “nativi europei”, di chi è abituato a muoversi senza frontiere e vivere nella connessione con il mondo, e rifugge dall'isolazionismo come soluzione di tutti i mali.  

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