Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Gli spiccioli dell'Europa e i numeri dei flussi

Giovedì, 06 Luglio 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

La Commissione europea, di fronte alle proteste e agli appelli dell’Italia, ha promesso di aumentare di 35 milioni lo stanziamento per l’immigrazione. Si tratta di due fondi – il Fami, Fondo asilo migrazioni e integrazione, e il Fsi, Fondo sicurezza interna – che erano pensati come pilastro per l’intervento comunitario in materia, dal 2014 al 2020, a beneficio degli Stati membri più colpiti dal fenomeno. L’Italia ne è il maggior beneficiario, con 558 milioni inizialmente stanziati, seguita da Spagna e Grecia. Ma dopo di allora, con la nuova crisi dei rifugiati del 2015-2016, ci sono stati altri interventi. Il principale è stato sulla rotta balcanica, seguendo la quale i profughi arrivavano direttamente in Austria e Germania: per chiuderla, la Ue ha stanziato 3 miliardi a favore del governo turco, che trattiene i migranti nei suoi campi. Tre miliardi: al confronto, sembrano spiccioli quelli aggiunti man mano che l’emergenza, chiusa la rotta dei Balcani, si è spostata nel Mediterraneo: 200 milioni per “aiutare” la guardia costiera libica sono stati stanziati a gennaio di quest’anno. Mentre adesso, a piccolo beneficio dell’Italia, se ne promettono altri 35. Sono pochi?

Certo, se si pensa a quanto viene “pagata” la Turchia per tenersi – in condizioni spesso disumane – le persone che fuggono dalla Siria e da altre zone di guerra. Ma sono anche troppi, se si pensa che spesso sono spesi per fronteggiare l’emergenza, laddove la gestione ordinaria e ordinata dei flussi costerebbe meno e renderebbe di più – oltre ad essere meno soggetta a opacità e corruzione. Ma non la si vuole fare, poiché i politici, nazionali e locali, temono che, se così facessero, scontenterebbero i loro elettori e legittimerebbero l’immigrazione, invece di disincentivarla.

Disincentivare i flussi? Secondo il presidente dell’Inps Tito Boeri, dovremmo fare il contrario, se vogliamo tenere in piedi il sistema pensionistico, che attualmente conta sui contributi di 5.966.234 lavoratori immigrati e paga le pensioni solo a 20mila stranieri. Le proiezioni statistiche e le simulazioni fatte dagli esperti dell’Inps mostrano che anche in prospettiva il bilancio previdenziale degli immigrati è in attivo. Al contrario, se domani si chiudessero le frontiere, e perdessimo (per ipotesi) 80.000 immigrati all’anno, nel 2040 ci troveremmo con 38 miliardi in meno nell’Inps: in altre parole, l’istituto fallirebbe. Secondo Boeri, bisogna avere il coraggio di dire questa verità, anche se impopolare agli occhi di chi teme come una minaccia l’arrivo di immigrati e rifugiati. Al presidente dell’Inps si potrebbe obiettare che le “uscite” a favore degli immigrati non sono solo quelle previdenziali, ma anche quelle della spesa sociale, della sanità, della scuola: senonché, ai contributi che pagano vanno aggiunte le tasse pagate sui redditi e sui consumi, quando lavorano in modo regolare. Molti criticano i calcoli dell’Inps anche affermando che, se non lavorassero gli immigrati, lavorerebbero più italiani: è un’ipotesi tutta da dimostrare, dato che per molti lavori (la raccolta dei pomodori, o le badanti, ma anche le infermiere in molti posti) non c’è una disponibilità di manodopera italiana. E in ogni caso, nel calcolo costi-benefici, si dovrebbe contare anche la spesa che gli immigrati fanno in Italia, dunque l’aumento di domanda e di Pil all’interno delle nostre frontiere.

Ma tutti questi argomenti razionali spesso non servono a niente, di fronte all’obiezione sul numero delle persone che sono sbarcate o stanno per sbarcare, giudicato da molti Comuni insostenibile. Se guardiamo all’Europa, vediamo che nei primi tre mesi dell’anno il numero dei richiedenti asilo si è in realtà ridotto, del 47%. Ma la distribuzione è stata sperequata: come ha notato l’associazione Carta di Roma, le domande sono scese ovunque tranne che in Grecia (più 219%), in Italia (più 66%) e in misura minore in Francia (più 19%). Dunque, l’Europa più che distribuire qualche spicciolo dovrebbe garantire una equa ripartizione dei profughi tra i suoi Stati membri. Proprio l’orecchio al quale i governi europei non vogliono sentire.

 

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