Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Governo Gentiloni, scopri le differenze

Martedì, 13 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Confermata la squadra economica, rimescolati gli incarichi dei fedelissimi di Renzi, premiato un alleato minore (Alfano, che transita senza giustificazioni apparenti dagli Interni agli Esteri). Non si muove il titolare di una delle riforme più importanti del passato governo (Poletti, al Lavoro), viene defenestrata la ministra che ha gestito un’altra importante riforma, quella della scuola (Giannini, via dall’Istruzione).

La prima fotografia del governo Gentiloni è molto simile a quella dell’esecutivo precedente, e non sarebbe facilmente spiegabile a un osservatore a digiuno delle alchimie della politica italiana: perché, dopo un referendum che ha bocciato le riforme costituzionali, l’unica poltrona che salta davvero, oltre a quella del presidente del consiglio, è quella del ministro che ha fatto la riforma scolastica, che non c’entra niente? È vero che la gestione di quella riforma – secondo la lettura dell’ex premier – ha contribuito all’impopolarità del precedente governo: ma lo stesso si può dire di altri capitoli dolenti, dai voucher di Poletti all’infortunio del fertility day di Lorenzin alla pubblica amministrazione di Marianna Madia.

E allora? Allora, più che alle persone e ai contenuti bisogna guardare ai partiti, alle correnti e agli equilibri politici. Dall’Istruzione va via una ministra senza partito e arriva Valeria Fedeli, una sostituta di peso, con una robusta storia sindacale e una più recente solida carriera istituzionale. La delegazione dell’Ncd non si poteva toccare, per motivi di pallottoliere, e lo spostamento di Alfano dalla casella degli Interni a quella degli Esteri – importantissima, per le scadenze future – l’ha blindata. I Lotti, le Boschi, quella che Ernesto Galli Della Loggia ha definito “consorteria toscana”, non potevano essere messi fuori, dunque restano dentro cambiando cartellino. Salgono dall’ex-Pci due politici di lungo corso come Anna Finocchiaro e Marco Minniti, la prima con il compito cruciale di dialogare con il Parlamento sulla riforma elettorale.  E via continuando, in un esercizio che ha molto a che vedere con le dinamiche politiche e con un linguaggio – il “rimpasto” – che ci ha precipitato in poche ore dalle promesse di futuro alla prima repubblica. Della quale fa parte, almeno nel lessico, anche il ritorno di un dicastero per il Mezzogiorno: ma non sempre l’antico è da rottamare, e un’attenzione al pezzo d’Italia che stiamo perdendo potrà essere positiva, se sarà concreta.

Torniamo in pieno gioco politico, invece, con la trattativa platealmente aperta da Verdini e i suoi, che, non avendo ottenuto l’ambìto riconoscimento ministeriale al proprio appoggio politico, si sono sfilati, e minacceranno di far mancare i propri voti ogni volta che serve: alla maggioranza, e (soprattutto) a se stessi. Ma non è questo aspetto – la rottura con i “verdiniani” – che fa nascere debole il nuovo governo. E neanche il fatto che, nel disegno del segretario del Pd Matteo Renzi, una fotografia solo un po’ ritoccata del precedente esecutivo è la soluzione migliore per uscire di scena senza uscirne, per poter preparare le primarie Pd e quel che verrà. La vera debolezza sta nel fatto che il governo nasce con un premier molto più dialogante ed esperto ma senza un mandato chiaro: cosa deve fare? In un certo senso, era più “a termine” quello di Renzi, al quale Napolitano affidò l’incarico di fare le riforme. Bocciate quelle riforme, e precipitato il Paese nell’impasse istituzionale e politica, sarebbe stato utile un governo con uno scopo preciso e limitato: sbrigare gli affari correnti, urgenti e anche drammatici (il terremoto, le banche) e favorire una legge elettorale per poter andare al voto al più presto. Ma si è scelta un’altra strada, un governo che in teoria potrebbe andare avanti fino alla scadenza naturale della legislatura. Non è questa l’intenzione di Renzi, che sa benissimo che in questo modo crescono gli argomenti (e i voti) dei Cinque Stelle, e dunque ha lavorato, dal suo apparente ritiro toscano, per ottenere un governo che desse un’immagine di continuità con le sue riforme, ma che non fosse così robusto da poter vivere di vita propria. Ma se il nuovo governo ha la stessa maggioranza e quasi gli stessi ministri, il Paese dal canto suo ha gli stessi problemi. E amerebbe scegliere tra alternative chiare per risolverli.

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