Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Grandi o piccole opere, comunque non le fanno

Martedì, 30 Ottobre 2018

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Gedi

Il blocco dei cantieri delle grandi opere spacca il governo. Ma intanto l’assenza dei cantieri delle piccole opere distrugge il Paese. Nella giornata di ieri, mentre la scena politica era occupata dall’ennesima divisione tra i due alleati di governo - stavolta il caso è la Tav, e il suo intreccio con lo scontro sulla manovra-, nel mondo reale vento e piogge facevano vittime e distruzioni. La coincidenza non è casuale, e investe in pieno la linea politica che è sempre stata cara ai Cinque Stelle ma anche al mondo ambientalista e a una parte della sinistra: invece di spendere sulle grandi opere, pensiamo alle piccole e diffuse. Invece che sui nuovi grandi progetti, concentriamoci sull’enorme opera di manutenzione quotidiana dei nostri territori. Il “rammendo”, l’ha chiamato Renzo Piano. Necessario da sempre nell’Italia martoriata da incuria e condoni, ma ancora di più adesso, quando eventi atmosferici una volta eccezionali sono diventati ordinari. C’è davvero una contrapposizione secca tra le due linee, grandi opere vs rammendo? E perché non riusciamo a fare né l’una né l’altro?

L’alternativa tra grandi e piccole opere può essere considerata un aut aut se si guarda ai soldi: abbiamo risorse limitate, dobbiamo decidere dove metterle. E c’è anche una differente macchina pubblica da mettere in moto, tra l’organizzazione di grandi centrali di appalto e la messa in piedi di un sistema capace di agire a tutti i livelli, per mettere in sicurezza le strade, le scuole, gli ospedali, per prevenire il dissesto idrogeologico e i terremoti, per il verde pubblico, eccetera eccetera. Non solo: anche la direzione degli investimenti in ricerca e tecnologia è diversa. Tutte cose vere. Ma non basta bloccare le grandi opere per fare le piccole. E – guardando con realismo alle risorse scarse – nulla toglie che le prime possano aiutare le seconde: poteva essere il caso delle Olimpiadi di Roma, con i costruttori chiamati a fare le infrastrutture di servizio per la città.

Invece assistiamo al paradosso del né-né: né l’alta velocità né i treni per i pendolari; né facciamo il grande valico né tagliamo l’erba ai margini delle piccole strade; né la Gronda né la manutenzione del Ponte Morandi. Certo, non è tutta colpa degli ultimi arrivati – anche se il M5S governa Roma e Torino da quasi due anni e la Lega è partito di governo, nazionale e locale, da sempre. Ma qualcosa di specifico i neogovernanti ce l’hanno: l’incapacità di scegliere; sia per le divisioni tra loro che, nel caso dei Cinque Stelle, quasi per statuto. Sono un partito nato sui beni pubblici – il referendum del 2012 – ma anche sulla sindrome Nimby (Not In My Back Yard, non nel mio cortile), sugli interessi particolari dei singoli territori: legittimi e spesso giusti, ma che a un certo punto devono essere valutati in funzione dell’interesse generale, che impone una visione e delle scelte. Se non si è capaci, per competenza o cultura o formazione, di compierle, sulla piccole come sulle grandi opere si è condannati alla paralisi.

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