Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Grecia, a chi tocca la mossa del cavallo?

Martedì, 07 Luglio 2015

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso (Finegil)

Una vittoria di Pirro per la Grecia o l’inizio di una fase nuova per l’Europa? Il giorno dopo lo storico No dei greci al referendum, le due opzioni restano aperte. Come le “porte della discussione”, per citare la frase con la quale ieri sera Hollande e Merkel hanno concluso il loro vertice e una giornata caratterizzata da una trepida attesa. Una piccolissima apertura. Apparentemente la palla torna nel campo greco: sta a loro, all’eurogruppo di oggi, fare un’altra proposta. Ma nella sostanza la partita la deciderà il campo dei creditori e delle istituzioni europee: il che vuol dire, fuori da ipocrisie di facciata, la Germania e la Bce, che detiene i cordoni della borsa, e ieri sera li ha stretti ulteriormente. Sta a loro decidere se tenere il punto oppure voltare pagina. Tenere il punto significa ribadire che le regole europee non consentono niente di più di quel che è stato offerto finora, e dunque se la Grecia non accetta l’austerità così come dettata dai suoi creditori, non starà più neanche nell’eurozona. Voltare pagina, vorrebbe dire declinare concretamente il mantra che da qualche mese a parole tutti sostengono: l’Europa ha bisogno, subito, di crescita e non di austerità. Gli ostacoli, all’una e all’altra soluzione, sono giuridici, economici, ma soprattutto politici.

Atene ha fatto una sua prima mossa: ha sacrificato il ministro Varoufakis, esponente intransigente e urticante della linea del “no” all’austerità. Ma potrebbe essere un sacrificio più simbolico che di sostanza: già da tempo l’accademico in motocicletta non guidava più le trattative, e il suo successore, Euclides Tsakalotos, dovrà ricorrere alla genialità del suo omonimo inventore di teoremi per dimostrare quel che alla dottrina tedesca appare come l’impossibile: che l’eurozona può fare un passo avanti facendone due indietro. Missione quasi impossibile: ma altrettanto illusorio è il tentativo di far credere che la Grecia possa davvero rimborsare tutto quel che deve.  Oggi Atene farà la sua nuova proposta. Ma il tempo stringe. L’unica certezza di ieri è che le banche greche sono rimaste chiuse, il che vuol dire che la liquidità in giro è scarsissima. E da Francoforte ne arriverà sempre meno: ieri sera Draghi non ha chiuso i rubinetti della liquidità di emergenza, ma il filo d’acqua è sempre più esile.

Ma mai come stavolta i segnali che si attendono sono quelli politici. Le prime reazioni sono state di chiusura verso Atene, e paradossalmente sono arrivate proprio dai socialdemocratici europei, a partire da quelli tedeschi che governano con Merkel. Il ministro dell’economia Gabriel ha stigmatizzato il fatto che la Grecia si è messa contro le regole dell’euro, mentre il presidente dell’europarlamento, Martin Schulz, ha ricordato che anche gli altri 18 paesi dell’eurozona sono democrazie, e che dunque il voto greco non può imporre la linea a tutti. E il paese (geograficamente) più vicino alla Grecia, con il centrosinistra al governo – ossia l’Italia – ha fortemente tifato per il “sì”, salvo poi, all’indomani del voto, auspicare una svolta dell’Europa verso politiche della crescita. Ma è rimasto assente dall’incontro decisivo, quello tra Hollande e Merkel.

D’altro canto, una linea dura è difficile da perseguire. Non esistono procedure per “cacciare” un paese dall’euro: l’articolo 7 del Trattato, quello che prevede la sospensione per violazione dei valori fondativi dell’unione, è difficilmente applicabile. Tutte le altre strade passano per un accordo con il governo greco. O per un crac di fatto, sui mercati: chiudendo i rubinetti della liquidità ad Atene, e facendo sperimentare “dal vivo” alla sua gente le conseguenze concrete del voto di domenica. Uno scenario gravido di rischi, anche sul fronte finanziario. Ma soprattutto su quello politico, interno ed esterno. Non a caso ieri l’unica voce chiara è arrivava dalla Casa Bianca, che, nel timore di un tumulto geopolitico dell’area, ha chiesto alle parti di trovare un compromesso. Ma per farlo, qualcuno, dalle parti di Francoforte o di Bruxelles o di Atene, dovrà inventarsi una mossa del cavallo.

 

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