Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Grecia, tanti voti e poca democrazia

Sabato, 22 Agosto 2015

Quest'articolo è stato pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 21 agosto

Tanti voti e poca democrazia. Il popolo greco torna alle urne per la terza volta in un anno. Ci era andato a gennaio, con l’intenzione di voltare pagina rispetto alle politiche che hanno portato il paese a perdere un quarto del Pil e a triplicare la disoccupazione in un lustro. Ci era tornato il 5 luglio, nel referendum indetto di colpo da Alexis Tsipras per farsi supportare nella durissima trattativa con l’eurogruppo, e per dire “no” alle condizioni da questo poste per salvare la Grecia dal default. E andrà a votare di nuovo entro poche settimane, dopo che lo stesso Tsipras è stato costretto ad accettare tutte le condizioni bocciate dal suo popolo nell’urna.

L’annuncio è arrivato ieri, subito dopo lo sblocco della prima tranche dei nuovi finanziamenti alla Grecia, e dopo il sofferto voto del parlamento tedesco, che ha approvato, con molti mal di pancia, il bailout greco. Un tripudio di voti, che può apparire singolare, visto che il motto del momento, in Grecia come in Germania, è: non c’è alternativa, si fa quel che dice la troika (anche se non si chiama più così). Se non c’è alternativa e tutto si decide tra Francoforte (sede della Bce), Berlino (sede del governo tedesco) e Bruxelles (sede delle istituzioni europee), perché votare?

Quella di Tsipras è una mossa squisitamente politica, che stavolta è tutta rivolta all’interno del suo paese. Il 5 luglio il leader greco aveva chiesto aiuto al suo popolo, di fronte alla durezza delle richieste dei creditori: voleva mostrare la forza del suo consenso, e farla pesare al tavolo delle trattative. I suoi interlocutori – soprattutto i falchi tedeschi – l’hanno ignorata, imponendo col pugno di ferro quell’austerità contro la quale i greci avevano votato. E’ risultato evidente che la scommessa del primo Tsipras (restare nel club dell’euro cancellando, o almeno ammorbidendo, l’austerità) era persa. Al contrario del suo ex ministro Varoufakis e di una parte del suo partito, Tsipras ha ritenuto che la strada alternativa – andare al default e uscire dalla moneta unica – sarebbe stata ancora più disastrosa per la Grecia. E ha capitolato.  Adesso torna alle urne: ma stavolta per far pesare i suoi voti ad Atene, non più in Europa. Non più per cambiare le politiche europee, ma per gestirne l’attuazione in patria.

Anche se il bailout è passato, Tsipras si trovava infatti con una maggioranza a pezzi e un parlamento non governabile. Le defezioni dentro Siryza lo avrebbero esposto ad andare continuamente in minoranza e dover cambiare coalizione. Ha preferito andare subito alle urne, prima di logorarsi e prima che gli effetti delle politiche di rigore (aumento delle tasse e dell’età pensionabile, privatizzazioni, tagli di spesa) diventino concreti. La scommessa politica è quella di incassare un consenso che potrebbe essere ancora alto, nonostante tutto: ha fatto un discorso di verità, nei vari passaggi drammatici della crisi, e probabilmente ha ancora un capitale di credibilità che gli altri partiti, compromessi con tutti gli errori del passato che hanno portato la Grecia al disastro, non hanno. Ma cosa potrà promettere ai greci, una volta fallita l’utopia di restare nell’euro cambiandone le regole? Quali carte potrà giocarsi, visto che i soldi “freschi” liberati dal bailout non andranno ai greci ma ai loro creditori e i pochi beni patrimoniali dello Stato passeranno ad acquirenti stranieri?

E’ possibile che il “nuovo” Tsipras conti sull’assenza di alternative: le opposizioni all’accordo sono tante ma divise, vanno dall’estrema destra all’estrema sinistra. Ed è possibile che scommetta su un nuovo impulso a metter mano ai problemi strutturali dell’economia greca, come la corruzione, la compromissione con le oligarchie, l’evasione fiscale, ai quali in tutti questi mesi non si è dedicato – impegnato sempre e solo sul fronte esterno. Del resto, il nuovo bailout gli dà tre anni di tempo, per un po’ non dovrà fare la spola con Bruxelles per negoziare ossigeno. Ma il margine d’azione è molto più stretto di quel che aveva a gennaio. A meno che dagli arcigni forzieri europei non cominci a uscire anche qualche risorsa per la crescita (come chiedono, a parole, anche i governi italiano e francese), che arrivi fino alla tormentata culla della nostra democrazia.

 

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