Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

"Ho fatto pace con la star e ritrovato mia madre"

Venerdì, 09 Ottobre 2015

Intervista pubblicata sui quotidiani locali del gruppo Espresso

«Non ho mai conosciuto Audrey Hepburn. A un gruppo di giornalisti che mi chiedeva con insistenza di lei, da piccolo risposi un po’ scocciato: vi sbagliate, sono il figlio della signora Dotti». L’incipit del libro di Luca Dotti, “Audrey mia madre” (appena uscito in Italia per Mondadori Electa), è spiazzante. E dà il ritmo a tutto il racconto, nel quale l’icona di Hollywood è riflessa nei ricordi e nelle parole del “figlio della signora Dotti”. E di Andrea Dotti, il medico romano che la sposò nel 1969. Cosí la biografia di Audrey Hepburn – scritta da Luca con il giornalista Luigi Spinola – è in gran parte dedicata ai giorni e ai luoghi italiani della grande attrice. Le case, i giardini, le strade. Ma soprattutto la cucina, dalla quale esce anche un buon numero di ricette, dagli gnocchi alla romana al carpaccio.

Quando è nata l’idea di scrivere questo libro, e perché ha deciso di raccontare la vita familiare e casalinga di una diva che ancora oggi è un’icona in tutto il mondo e per tutte le età?

L’idea è nata da una domanda ricorrente che tutti mi hanno sempre rivolto: com’era mia madre in casa. Quando io rispondevo: “Normale”, tutti restavano un po’ increduli. E una delle cose che li faceva rimanere piú sorpresi era proprio il fatto che mia madre cucinava, amava ricevere a casa, amici, parenti, per le feste… Mi dicevano: “Ah come, cucinava? Noi pensavamo che neanche mangiasse!”.

Sua madre ha sposato Andrea Dotti nel 1969, lei è nato nel ‘70, Allora, Audrey Hepburn aveva già abbandonato la carriera di attrice, per sempre. In seguito, sarebbe tornata sulla scena pubblica, ma non sul set bensì come ambasciatrice dell’Unicef. Una scelta drastica, che non è stata però vissuta come un sacrificio. Giusto?

No, non è stato un sacrificio. Mamma ce l’ha sempre raccontato come un atto obbligatorio, una scelta coerente, maturata all’apice di una carriera molto intensa: non volendo essere la madre in viaggio continuo, assente da casa, presa dal lavoro, aveva preso questa decisione inizialmente nel ‘65 quando mio fratello maggiore Sean (il primogenito, figlio di Mel Ferrer) ormai era troppo grande per viaggiare e seguirla, perché doveva andare a scuola. Non dimentichiamo che allora la promozione di un film era una cosa assai piú impegnativa che adesso, i viaggi erano necessari e piú lunghi e faticosi. Ma soprattutto, ho capito poi, anche dalla voce dei suoi amici piú cari, che l’ambizione di mamma era sempre stata molto di piú la famiglia che la carriera cinematografica: per lei Hollywood era un lavoro, non una meta da star.

Il libro è molto centrato sulla cucina, contiene anche un bel po’ di ricette. Come mai questa scelta?

Innanzitutto bisogna sapere che mia madre – al contrario di mio padre – detestava uscire. Preferiva restare a casa, ricevere a casa, sia la famiglia che gli amici. E gran parte della nostra vita, dei nostri momenti di confidenza, anche quelli piú drammatici, si svolgeva in cucina. Cosí ho deciso di scrivere una biografia con una parte culinaria.

C’è un ricordo in particolare?

Sí. Nei vari anni abbiamo fatto con mamma tanti viaggi, ci siamo trovati spesso in ristoranti dove la riconoscevano, e puntualmente dalle cucine usciva lo chef, che spesso era italiano. E per meglio servirla le presentava una lista di piatti elaborati, le sue specialità. E mia madre inequivocabilmente rispondeva: io sarei cosí felice con un piatto di spaghetti al pomodoro! Ecco, gli spaghetti al pomodoro la definivano totalmente, nella loro semplicità.

Nel libro, a proposito del rapporto con la memoria di sua madre, lei dice: “Ho capito che dovevo scendere a patti con l’icona”. Adesso che il volume è stampato, in inglese e in italiano, e diffuso in tutto il mondo, può dire che l’operazione è riuscita? Ha fatto pace con l’icona?

Ci ho messo un bel po’. Per me è stato un passaggio importante. All’epoca in cui mia madre è morta, avevo tirato su un muro, una barriera, tra la madre personale privata che conoscevo e quella che tutti volevano associare all’immagine di copertina, all’icona della moda, ai suoi film. Per me quelle due Audrey non erano conciliabili. Con gli anni mi sono reso conto che quella negazione stava diventando quasi una violenza. Me lo fece scoprire la prima volta un’amica, che si arrabbiò moltissimo quando scoprí, da altri, chi era mia madre. Mi disse: “Luca, ma cosa pensi di me? Perché mi hai sempre nascosto questa cosa? Pensi che io sinceramente potessi cambiare la mia opinione su di te sapendo chi era tua madre?”. E attraverso quella prova di sincerità mi fece capire molte cose. Mi resi conto che c’era qualcosa di sbagliato, nel nascondermi chi era mia madre. Dunque lavorando a questo libro – i cui proventi andranno all’Audrey Hepburn Children’s Fund- ho capito una cosa molto semplice: che non esistevano due Audrey Hepburn, non ce n’era una pubblica e una che conoscevo io, perché mia madre aveva quella che penso che sia una grande dote, di

essere una donna con la testa sulle spalle. Era se stessa in qualsiasi ambiente, con qualsiasi persona, sul lavoro e in famiglia, all’estero e in Italia. In qualche modo era restata se stessa anche con la fama, con la carriera, e con tutto quello che ha comportato.

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