Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Dietro la fuga delle matricole (#comesiamo cambiati, in numeri)

Venerdì, 30 Ottobre 2015

Unico paese in Europa, l'Italia ha subìto una fuga dall'università negli anni della crisi, e si è ridotta la percentuale di studenti che passano dalla scuola superiore all'università. Segno che le famiglie hanno disinvestito in istruzione: già, ma quali famiglie? Dal 2008 al 2014, c'è stato anche un calo drastico dei già pochi fondi per il diritto allo studio: borse, alloggi, contributi. (dal capitolo 5 del libro "Come siamo cambiati")

Addio società dell'iper (#comesiamocambiati, in numeri)

Mercoledì, 28 Ottobre 2015

Le nascite e i matrimoni, gli acquisti di auto, le compravendite di abitazioni. In otto numeri, quattro eredità della crisi.  Non è solo una questione economica: traballa un modello di consumo (e società) basato sul grande, sull'iper. (Questo è il grafico che apre il capitolo sui consumi del mio libro, "Come siamo cambiati", che parte dalla crisi dell'iper per parlare di nuova povertà, ma anche di una nuova misura nel nostro modello di consumo. In libreria, in e-book o in streaming).

Il bollino della stabilità

Martedì, 27 Ottobre 2015

Commento pubblicato il 27 ottobre sui quotidiani locali del gruppo Espresso

E se l’avesse fatto Berlusconi? Questa domanda, che ricorre spesso a proposito delle decisioni del governo Renzi, è un’arma a doppio taglio. È utilizzata dagli oppositori a sinistra di Renzi, sindacati e minoranza del suo partito, per dire che al nuovo leader si perdonano e si fanno passare cose che solo qualche anno fa avrebbero scatenato cortei e girotondi. Ma è usata anche dai fan renziani, per vantare il superamento delle vecchie categorie, dire che non ci sono idee di destra e di sinistra ma idee buone e idee cattive, insomma per superare i confini della propria appartenenza e cominciare a edificare il “partito della Nazione”.

"Non serve abbassare le tasse, servono investimenti pubblici"

Lunedì, 26 Ottobre 2015

Intervista a Mariana Mazzucato fatta per i quotidiani locali del gruppo Espresso, pubblicata il 25 ottobre 2015

Abbassare le tasse non servirà a garantire la crescita. Perché l’Italia e l’Europa ripartano, sono necessari investimenti pubblici diretti. Mariana Mazzucato , economista brillante e autorevole, autrice di quello che il Financial Times ha proclamato il miglior libro dell’anno – The Entrepreneurial State , in italiano “Lo Stato innovatore” (Laterza) -, sostiene e dimostra tesi che dalle nostre parti sono controcorrente. Ma che altrove sono a pieno titolo nel dibattito politico: chiamata nel consiglio economico del governo scozzese, e nella squadra degli economisti del nuovo leader del Labour Jeremy Corbyn(con il Nobel Stiglitz e lo studioso delle diseguaglianze Thomas Piketty),Mazzucato si divide tra l’università del Sussex e numerosi impegni internazionali.

Meno spending review, più deficit spending

Venerdì, 16 Ottobre 2015

Articolo pubblicato il 16 ottobre sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Meno spending review, più deficit spending. La manovra economica illustrata ieri dal premier Renzi nei soliti modi scoppiettanti, dagli schermi e dal web, è caratterizzata da due dati. 5 miliardi dalla spending review: l’obiettivo dei risparmi dalla spesa pubblica è stato dimezzato, rispetto a quanto previsto a suo tempo dallo stesso governo che aveva investito del compiti due campioni dei tagli per reperire ben 10 miliardi. E 13 miliardi dalla “flessibilità europea”: vale a dire, la possibilità di aumentare il rapporto tra il disavanzo pubblico e il prodotto interno lordo, senza incorrere nelle sanzioni di Bruxelles. La cosa non è scandalosa di per sé, anzi: è da anni che molti economisti (poco ascoltati in Europa) ripetono che affrontare la crisi a colpi di austerità non avrebbe fatto che peggiorare le cose. Dunque, ben venga un allentamento dell’austerità. Ma sarebbe bene dire le cose come stanno, per esempio ammettere che sulla spending review si continuano a fare più chiacchiere che fatti (e infatti ancora non è chiaro cosa c’è dentro); e soprattutto valutare se si è scelto il modo migliore per impiegare questo nuovo deficit.

Poste, la gallina dalle uova d'oro

Martedì, 13 Ottobre 2015

Articolo pubblicato il 13 ottobre sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Dai libretti postali aperti da nonni e zii premurosi ai neonati più fortunati, alle file nel giorno della pensione. Dalla culla alla tomba, le Poste sono sempre state una cosa importante. Presidiano il territorio, con 13mila uffici che arrivano fino in paesini così piccoli da essere rimasti senza scuole e senza parroco: come i carabinieri, le Poste ci sono. Danno lavoro a ben 142.000 dipendenti: non c’è bisogno di tornare ai tempi in cui erano un feudo democristiano e si assumevano postini geolocalizzati nel luogo di nascita del ministro di turno, per capire che ancora oggi sono un bel serbatoio di lavoro. Sono familiari a tutti, italiani e immigrati: i conti correnti postali sono ben 6 milioni e duecentomila. Tutti motivi per dire che l’operazione che è partita da ieri e finirà il 26 ottobre con la quotazione in borsa delle Poste italiane riguarda tutti, non solo i futuri azionisti o gli attuali dipendenti o il soddisfatto proprietario, ossia il governo. Perché è vero che, per citare la pubblicità delle Poste, “cambiare è il modo migliore che abbiamo per crescere”: ma questo cambiamento andrà bene a tutti?

"Ho fatto pace con la star e ritrovato mia madre"

Venerdì, 09 Ottobre 2015

Intervista pubblicata sui quotidiani locali del gruppo Espresso

«Non ho mai conosciuto Audrey Hepburn. A un gruppo di giornalisti che mi chiedeva con insistenza di lei, da piccolo risposi un po’ scocciato: vi sbagliate, sono il figlio della signora Dotti». L’incipit del libro di Luca Dotti, “Audrey mia madre” (appena uscito in Italia per Mondadori Electa), è spiazzante. E dà il ritmo a tutto il racconto, nel quale l’icona di Hollywood è riflessa nei ricordi e nelle parole del “figlio della signora Dotti”. E di Andrea Dotti, il medico romano che la sposò nel 1969. Cosí la biografia di Audrey Hepburn – scritta da Luca con il giornalista Luigi Spinola – è in gran parte dedicata ai giorni e ai luoghi italiani della grande attrice. Le case, i giardini, le strade. Ma soprattutto la cucina, dalla quale esce anche un buon numero di ricette, dagli gnocchi alla romana al carpaccio.

La vera evasione fiscale è un'altra cosa

Martedì, 06 Ottobre 2015

Commento pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 6 ottobre 2015

Pagare meno, pagare tutti. Quante volte questo slogan è risuonato, nella vita pubblica italiana, a proposito delle tasse? Domenica se ne è avuto l’ultimo aggiornamento, legato a un aspetto molto piccolo, ma concreto e che tocca la vita di tutti: la televisione. O meglio: il servizio pubblico radiotelevisivo, dai cui schermi il presidente del consiglio ha annunciato che potremmo avere dal prossimo anno il canone direttamente conteggiato nella bolletta elettrica. Obiettivo: lotta all’evasione, visto che il canone Rai è tra le tasse meno pagate d’Italia e forse del mondo, col 27% di contribuenti che sfuggono. Mettendo il canone in bolletta – questo l’argomento - si riusciranno a raggiungere gli evasori e così a ridurre il peso su chi già adesso paga. Mettiamo che si possa fare – anche se le obiezioni giuridiche sono tante, e già denunciate dai colossi dell’elettricità, che non ci stanno a fare gli esattori per il governo. Però, anche mettendo tra parentesi questi aspetti pratici non indifferenti, ci sono due cose che non tornano. La prima è nell’ammontare della riduzione del canone: da 113 a 100 euro l’anno, meno di una pizza al piatto. Possibile che tutta l’evasione recuperata valga così poco? No: nei conti del governo, il grosso della somma dovrebbe andare a ripianare il deficit del servizio pubblico. Quindi il ragionamento non è: facciamo pagare tutti, così tutti pagheremo di meno; ma: facciamo pagare tutti, per dare più soldi alla Rai. Legittimo, ma sarebbe bene dire le cose come stanno.

Nella Chiesa divisa sull'accoglienza ai migranti

Martedì, 22 Settembre 2015

Réportage di Roberta Carlini e Sara Farolfi

“Eh sì, il papa piace, il papa parla dritto al cuore, tutti sono per il papa. Ma poi, quando parla di immigrati…”. Don Beppe Gobbo lascia la frase a metà. Nella sua spola tra quattro parrocchie della val di Pollina, e nel piccolo centro di accoglienza di Calvene, provincia di Vicenza, ha qualche titolo in più per parlare dei “preti di campagna in prima fila”, rispetto al governatore del Veneto Luca Zaia, che a quella categoria si è appellato contro il segretario generale della Cei, monsignor Galantino, e la sua invettiva contro i “piazzisti da quattro soldi”.

È in prima fila, don Beppe, con molti altri. Quelli che, la domenica in cui sono caduti alcuni muri europei e papa Francesco ha invitato ogni parrocchia a prendersi una famiglia di profughi, hanno gioito, per il formidabile assist alle loro difficili omelie della domenica.

Tsipras à la carte

Martedì, 22 Settembre 2015

Articolo pubblicato il 22 settembre sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Al liceo classico, in numero sempre più piccolo, una minoranza di adolescenti italiani ancora si esercita sui modelli greci: prototipi di lingua, di democrazia, di poesia, di arte. Nella nostra politica corrente, per qualche tempo è andato di moda un altro tipo di “modello greco”: quello da non seguire – il tipo che trucca i numeri, che spende più di quanto guadagna, che si fa fischiare falli da espulsione, che non sta ai patti. Poi, da quando è entrato sulla scena Tsipras, il modello negativo è diventato positivo per una parte della sinistra: la rivincita dei poveri, il popolo contro le banche, la democrazia contro i mercati, l’orgoglio nazionale. Diventato un’icona della sinistra anti-austerity, nel giro di poche ore poi il modello-Tsipras si è trasformato nel suo opposto, in una notte di luglio: quello che firma gli accordi, governativo, realista, attento alle compatibilità.

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