Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il governo in soccorso di Mediaset o Mediaset in soccorso del governo?

Giovedì, 15 Dicembre 2016

L’avvocato Niccolò Ghedini che si affida alla magistratura. Silvio Berlusconi che incita a “resistere, resistere, resistere”. Il governo che corteggia gli emiri del Qatar e rifiuta i capitalisti europei. Paradossi, involontaria comicità e vendette della storia permetterebbero di raccontare la vicenda Vivendi-Mediaset come una commedia all’italiana.

Governo Gentiloni, scopri le differenze

Martedì, 13 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Confermata la squadra economica, rimescolati gli incarichi dei fedelissimi di Renzi, premiato un alleato minore (Alfano, che transita senza giustificazioni apparenti dagli Interni agli Esteri). Non si muove il titolare di una delle riforme più importanti del passato governo (Poletti, al Lavoro), viene defenestrata la ministra che ha gestito un’altra importante riforma, quella della scuola (Giannini, via dall’Istruzione).

Mps, ultimo e primo atto

Domenica, 11 Dicembre 2016

Commento scritto per i giornali locali del gruppo Espresso

Un governo a termine, nato da una situazione confusa, potrebbe partorire come suo primo atto la nazionalizzazione della banca più antica del mondo. Il Monte dei Paschi di Siena, nato nell’anno 1475 per le esigenze dei “pascoli” della zona, ed entrato in crisi gravissima a partire dal 2011, si salverà forse grazie all’intervento pubblico. L’attuale management fa sapere di puntare ancora a una soluzione “di mercato” – ossia al fatto che gli attuali azionisti e obbligazionisti e altri investitori ci mettano i soldi -, ma la rapidissima evoluzione che si è avuta negli ultimi giorni fa ritenere inevitabile l’intervento del governo. Debole o forte che sia, il nuovo governo nascerà su una grana bancaria, così come il precedente proprio sulle banche aveva subìto i primi smacchi. E dovrà rispondere alla domanda – non tecnica, ma politica – sulla quale Renzi ha glissato: chi deve pagare per la crisi delle banche?

Quanto ha pesato la disoccupazione sul voto

Martedì, 06 Dicembre 2016

Due isolette del sì nella marea del no. La mappa di Roma, con le circoscrizioni del centro e dei Parioli baluardo altoborghese del Partito democratico (Pd), assediate dalla valanga dei quartieri dell’ex ceto medio, delle periferie sconfinate, delle zone declinanti come di quelle emergenti, insomma del resto del mondo, potrebbe essere una premessa fin troppo scontata al capitolo più dolente che il risultato del referendum apre per il Pd: la questione sociale, prima ancora che la ragione sociale, della sinistra. “Torna il problema delle periferie per il Pd”, dice l’Istituto Cattaneoguardando ai dati di Bologna.

Perché le borse non piangono per Renzi

Martedì, 06 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

 Meno 0,21. Tra i quasi venti punti di differenza che tra i No e i Sì che hanno prepensionato il governo Renzi e la percentuale da prefisso telefonico delle perdite della Borsa di Milano c’è un abisso. Lo stesso che separa le previsioni allarmistiche della vigilia sulle conseguenze finanziarie di una eventuale sconfitta dei Sì dalla calma piatta che ha caratterizzato tutti quegli indicatori ai quali solitamente si dà peso: primo tra tutti, quello dello spread tra i titoli italiani e quelli tedeschi, che ha aperto il lunedì del dopo-voto con un piccolo sussulto (dai 161 punti base di venerdì a 172) per poi ridimensionarsi,  a fine giornata, attorno ai 166 punti. Il che non vuol dire che possiamo dormire sonni tranquilli: solo che, oggi come alla vigilia del voto, a preoccupare sono alcuni nodi irrisolti dell’economia pubblica e privata italiana, più che l’impatto politico del referendum.

La partita vera dell'economia comincia dopo il voto

Domenica, 04 Dicembre 2016

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Lunedì mattina, a risultato elettorale ormai acquisito, il primo test verrà dall’apertura dei mercati. Ma il secondo, ben più importante della prevedibile giostra degli indici, verrà dalla riunione dell’eurogruppo, nella quale tutti gli occhi saranno puntati sul ministro dell’economia Piercarlo Padoan. La riunione, convocata da tempo – e appositamente rinviata al dopo-voto – è dedicata al giudizio della manovra economica italiana, sulla quale gravano molti sospetti e preoccupazioni, tutti sospesi per la volontà delle istituzioni europee di non influenzare più di tanto il voto italiano. Ciononostante, l’Europa e il giudizio dei mercati sono stati il convitato di pietra di tutta la campagna elettorale, e saranno attori decisivi anche del dopo referendum. Quando i nodi verranno al pettine e, ancora una volta, avranno tre titoli fondamentali: debito, banche e crescita.

Statali e meccanici, contratti alla vigilia del voto

Venerdì, 02 Dicembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

Nell’ondata di numeri che ci sommergerà da domenica sera in poi, teniamo a mente questo, che si può già scrivere: 4,9 milioni. È la somma dei lavoratori statali e metalmeccanici: 3,3 milioni i primi, circa 1,6 i secondi, tutti interessati, nel giro di pochissimi giorni, dal rinnovo del rispettivo contratto nazionale di lavoro. 92 euro l’aumento medio dei metalmeccanici, 85 quello degli statali. In poche ore, sono giunte a conclusione vicende lunghissime, trattative che duravano da mesi che hanno rinnovato accordi congelati da anni. Non è una cosa da poco, né una vicenda schematizzabile nella logica binaria sì/no che ormai caratterizza (speriamo ancora per poco) tutte le nostre giornate, dalla lettura dei giornali alle chiacchiere al bar a quelle sui social network. Si tratta della busta paga di fine mese di milioni di persone e famiglie, dunque merita una riflessione che va al di là della contingenza politica referendaria. Anche se non si può non partire da questa, che ha sicuramente aiutato lo sblocco dei contratti.

I mercati non votano

Mercoledì, 23 Novembre 2016

I mercati non si sono spaventati per la vittoria di Donald Trump negli Stati Uniti ma temono come la peste il fatto che in Italia la costituzione resti così com’è. Questa è la situazione, stando ai commenti, alle previsioni, alle analisi autorevoli sui mezzi d’informazione, alle voci sui mercati e anche al senso comune di tanti risparmiatori in vista del referendum costituzionale del 4 dicembre.

Se vince il no – l’ha scritto fuori dai denti il seguitissimo Wolfgang Munchau sul Financial Times, e in modo più blando il Wall Street Journal – si apre la giostra, parte un processo che può portare alla caduta del governo Renzi e, essendo l’Italia l’anello debole di una catena dell’euro già sgangherata, tutto può succedere.

Un azzardo giocare con i mercati

Mercoledì, 16 Novembre 2016

Commento pubblicato il 16 novembre dai quotidiani locali del gruppo Espresso

L’azzardo in politica può essere una virtù, ma se si combina con quel casinò planetario che sono i mercati finanziari può rovesciarsi nel suo opposto e comportare guai seri. Con l’avvicinarsi della scadenza referendaria, va montando la preoccupazione sugli effetti possibili del voto sui mercati e in particolare su quell’indicatore che, oltre a far variare il peso e la sostenibilità del nostro debito pubblico, ha già segnato morte e vita di diversi governi: lo spread. Ossia il differenziale tra i rendimenti dei titoli di Stato tedeschi e quello dei bond italiani, in sostanza quel che i governi pagano ai mercati per compensare “il rischio Paese”. Da qualche tempo quest’indicatore ha ripreso a salire, per cause diverse tra le quali c’è anche, ma non solo, la prossima scadenza elettorale. E ieri il premier Renzi ha deciso di impugnarlo come un’arma, commentando così i dati positivi sull’andamento del Pil: «Con le riforme sale il Pil, senza riforme sale lo spread. Avanti tutta, l’Italia ha diritto al futuro”.

I ricchi e poveri. E Trump

Venerdì, 11 Novembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

“It’s the economy, stupid”: lo slogan con il quale Bill Clinton si prese la Casa Bianca nel ’92 è diventato un boomerang per sua moglie Hillary? Questa l’impressione che si ricava dalle prime letture del voto americano, e soprattutto dal passaggio in blocco verso Trump degli Stati detti della “rust belt”: o meglio della ex “cintura della ruggine”, ossia di quella che fu la culla dell’industria dell’acciaio. Ai democratici viene rimproverata l’incapacità di vedere le sofferenze economiche di uno strato sociale esteso e popolare. Eppure, negli Stati Uniti la Grande Recessione, iniziata nel 2008, è finita già nel 2010-2011; e lo scorso anno, per la prima volta dal 2007, il reddito mediano è aumentato, mentre il tasso di disoccupazione è al 4,9%. Se l’America profonda si rivolta e si consegna a Trump in una situazione del genere, cosa dovrebbe fare l’Europa piagata da una crisi durata per sei anni e da una disoccupazione quasi doppia?

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