Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

I 60 anni dei Trattati: sarà Unione Europea a due velocità. Passo indietro per il futuro

Sabato, 25 Marzo 2017

Articolo pubblicato sui giornali locali del gruppo Espresso

A volte nel momento del pericolo maturano le grandi svolte. Ma non sembra questo, purtroppo, il caso dei governanti dell’Unione europea che si riuniscono a Roma, per celebrare i 60 anni dalla firma dei Trattati che istituirono la prima comunità economica.

La vigilia dell’incontro, prima che l’attacco di Londra ricordasse a tutti l’esistenza di un pericolo più grave, che non distingue tra europei a seconda del loro status e delle loro intenzioni, è stata segnata dalle dichiarazioni del presidente dell’Eurogruppo (ossia dell’organismo che riunisce i ministri delle finanze dei Paesi dell’euro), Dijsselboem. Alla lettera, il “falco” olandese ha semplicemente detto che chi chiede solidarietà ha anche dei doveri. Ma ha fatto seguire quella che poteva essere un’ovvietà da una metafora offensiva: non si possono spendere tutti i soldi in alcool e donne e poi chiedere aiuto, ha detto. Le successive scuse non sono parse una ritrattazione. Tanto più che a Dijsselboem è arrivata una solidarietà - questa sì - sostanziale e pesante, quella del ministro delle finanze tedesco Schauble.

La metafora dei debitori viziosi e spendaccioni dunque si è rivelata ben più di una gaffe: riproponendo una visione del mondo, e dell’Europa, che caratterizza tutti i Paesi della ex area del marco, e che ha caratterizzato le scelte politiche dell’Unione negli ultimi anni. Con i risultati disastrosi che vediamo: crisi di consenso, euroscetticismo diffuso, rivolta contro le élite europee, incluse tra queste anche quelle tedesche.

Con la sua gaffe-verità, il presidente dell’Eurogruppo ha mostrato di intendere la solidarietà tra i Paesi dell’Unione - e in particolare tra quelli che hanno la stessa moneta, l’euro - come una possibilità, una benevolenza da concedere a discrezione a seconda dei casi, e non come un requisito essenziale per far funzionare l’Unione stessa.

Perché l’Unione ha, da sempre, più velocità. Siamo diversi, e non solo per clima e lingua. I modelli economici sono diversi, le condizioni di vita sono distanti: fatto pari a 100 il reddito pro capite medio dell’Unione (in parità di potere d’acquisto), un tedesco ha 124, uno spagnolo 90, un italiano 96, un portoghese 77, un greco 68. E poi le leggi, i modelli produttivi, le relazioni sindacali. Secondo alcuni, era chiaro che tutto ciò non poteva reggere, alla lunga.

Il bello è che lo sapevano benissimo anche i fondatori, che hanno applicato all’euro la stessa filosofia che hanno usato per tutti i sessant’anni che ci separano da quella firma: un passetto alla volta, un’integrazione tira l’altra, anche a colpi di forzature. Tutto per arrivare alla forza dell’Unione politica, quella vera che non c’è.

È questo il contesto nel quale matura la Dichiarazione di Roma. Quando discutono sulla formula delle due velocità da inserirvi, e cercano il modo con il quale scriverla senza urtare sensibilmente nessuno (sul filo di lana è stato incassato anche il sì della Polonia, mentre punta i piedi la Grecia), i leader europei sembrano ammettere che il prossimo passo, grande o piccolo, non sarà in avanti ma all’indietro.

Per evitare che altri facciano passi in fuori, dopo il Regno Unito. Non è la prima volta, in questi 60 anni, che l’unificazione entra in stallo o sull’orlo della crisi, e che gli interessi nazionali - in questo caso, condizionati dall’anno elettorale di Olanda, Francia e Germania - prendono il sopravvento. Ma in passato, “si è sempre trovato, nell’ambito di un sistema intergovernativo, il modo di stabilire un punto di raccordo tra calcoli nazionali e obiettivi comunitari”, scrive lo storico Valerio Castronovo in un libro su L’Europa e la rinascita dei nazionalismi (Laterza 2016) che, ripercorrendo le tante e spesso tortuose vicende dell’unificazione aiuta a capire quanto difficile, e anche in qualche modo artificiale, sia stata la sua evoluzione; oggi, conclude lo storico, «questo genere di mediazioni risulta ben più arduo».

E oggi più che una mediazione sull’esistente servirebbe dai dirigenti europei un salto di stile e di livello verso il futuro; riconoscendo gli errori comuni fatti nel passato, soprattutto nella gestione di una crisi economica che ha nutrito disagio sociale e rivolta anti-europea, invece di rinfacciarsi l’un l’altro colpe, mancanze e vizi capitali.

 

 

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