Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Per i giovani e i poveri c'è il nulla

Mercoledì, 09 Settembre 2015

Commento pubblicato il 9 settembre 2015 sui quotidiani locali del gruppo Espresso


Case e pensioni. Pensioni e case. Da quanto tempo il dibattito, alla vigilia di ogni manovra economica, ruota attorno a queste due parole? Da Dini a Fornero, da Berlusconi (che calò in tv sulla campagna elettorale 2006 l’asso dell’abolizione dell’Ici) a Renzi (che sempre in tv ha annunciato la fine dell’attuale Tasi, erede dell’Imu, erede dell’Ici), niente sembra essere cambiato nelle priorità della politica nazionale. Nel frattempo c’è stata la più grave crisi economica dal ’29, sono passati vari governi, tre o quattro generazioni nuove si sono affacciate alla vita adulta, ma la lingua batte sempre lì: pensioni e case. Anche se la proprietà dell’abitazione riguarda pochissimi giovani (il 70 per cento dei trentenni vive ancora nella famiglia di origine, e meno della metà delle famiglie con titolare sotto i 34 anni è proprietaria nella casa in cui vive), e la questione della “flessibilità in uscita” riguarda, per definizione, solo chi è attorno ai 60 anni. Questa ossessione non è una cosa di cui il rottamatore Renzi, che si è fatto vanto della sua attenzione ai giovani, possa andare fiero.

L’abolizione totale delle tasse sulla prima casa costa tra i 4 e i 4,5 miliardi, e non c’è un economista pronto a testimoniare su un suo effetto benefico sull’economia. Anche i più ferventi sostenitori del taglio delle tasse come unica strada per la ripresa chiedono di tagliare le tasse sul lavoro, non quelle sulla proprietà. Dal punto di vista dell’equità, poi, la cosa sta ancor meno in piedi: è vero che molti proprietari “poveri” saranno sollevati dal peso, ma lo saranno ancor di più i più ricchi. Nell’ultimo anno in cui è stata pagata l’Imu sulla prima casa, il 40% del gettito di quell’imposta è venuto dalle famiglie che stanno ai gradini più alti della scala sociale, ossia dai due decili superiori: insomma, quelli che guadagnano di più (dati da lavoce.info). Si potrebbe benissimo riformare la Tasi, erede dell’Imu, e fare in modo che i proprietari più poveri non la paghino, facendola restare solo per quelli più benestanti: si troverebbero così risorse, per finanziare magari altre misure, più efficaci e più eque. E invece no: tutti quei 4-4,5 miliardi saranno bruciati sull’altare dell’abolizione della Tasi. Sul quale il governo sacrifica anche una misura a cui pareva tenere, sponsorizzata anche dal presidente dell’Inps Boeri: uno scivolo verso la pensione, un modo per ammorbidire la legge Fornero e far andare via dal lavoro prima un po’ di gente senza con questo abbattere troppo le loro pensioni.

Un calcolo politico, prima che economico o strategico, spinge in questa direzione. Ma siamo sicuri che sia un calcolo giusto? E che, senza gratificare poi molto gli “anziani” pensionandi e proprietari di case, non faccia invece arrabbiare i più giovani? Questi ultimi si aspettavano qualcosa, dal governo della rottamazione. E finora hanno avuto ben poco. Il jobs act ha cambiato le regole dei contratti, ma non ha esteso in modo sensibile le tutele per gli outsider: non si può certo dire che il passaggio da “Aspi” a “Naspi” abbia allargato l’ombrello dello stato sociale su tutti gli esclusi. Le partite Iva, accarezzate in campagna elettorale, hanno dovuto lottare con le unghie e con i denti per evitare un ulteriore aumento dei contributi, ma non hanno avuto niente di più.  E l’aumento dell’occupazione che c’è stato è andato tutto a favore dei più anziani: essendo salito, parola dell’Istat, soprattutto il lavoro tra gli over 50. Il reddito di cittadinanza, parola d’ordine abbastanza popolare tra i giovani precari senza alcun welfare, è rimasto nelle retrovie parlamentari, ben meno considerato di Italicum e riforma del senato. Per non parlare delle misure per i più poveri – tra i quali ci sono molti più giovani che anziani: il rischio di povertà, secondo gli ultimi dati Eurostat, va dal 26,5% tra i nostri giovani tra i 18 e i 24 anni, al 19,8% tra i 25 e i 54, al 15,7% tra i 55 e i 65 anni fino al 14,7% per gli over 65. Anche la lotta alla povertà può attendere: intanto, parliamo di case e pensioni. 

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