Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

I Nobel, i contratti e i ragazzi di Foodora

Martedì, 11 Ottobre 2016

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Cinque euro e quaranta all’ora, o due euro e settanta a consegna: è giusta la paga per i fattorini reclutati dalla App Foodora per portare il cibo a domicilio in bicicletta? La questione è esplosa con le proteste dei bikers di Torino. E ha qualcosa a che vedere con il premio consegnato ieri a Stoccolma a due economisti che studiano la teoria dei contratti, Oliver Hart e Bengt Holmstroem. In realtà, gli studi dei due sono più facilmente collegabili alla paga del top manager di Foodora e di tutte le grandi società. Ma, in qualche modo, parlano anche di quei ragazzi in bicicletta e della forbice delle diseguaglianze tra chi ha sempre più e chi ha di meno.

Hart e Holmstroem non sono due studiosi delle diseguaglianze. Non appartengono a quella schiera di economisti critici, la cui popolarità è cresciuta dopo la grande crisi  e il cui valore è stato riconosciuto sia dall’Accademia di Stoccolma (quando ha premiato studiosi come Krugman e Stiglitz) che dal botteghino (con le vendite da best seller del francese Piketty). Non si occupano di macroeconomia ma dell’intersezione tra diritto e business. I loro nomi, sconosciuti ai più, sono la bibbia nelle scuole di Law and Economics. Il mercato è fatto di contratti, e in queste scuole si studiano appunto i contratti: come si costruiscono, e come si modulano gli incentivi per avere il massimo dell’efficienza. Può sembrare roba tecnica, ma il risultato di tutto ciò è altamente politico, nel senso che può indirizzare le scelte. Perché dai loro studi viene fuori una teoria delle retribuzioni dei manager, e anche una analisi delle differenze di posizione che ci sono nel mercato (le asimmetrie informative), che porta a criticare l’andazzo delle cose presenti. Con parole pacate, l’ha detto ieri lo stesso Holmstroem, definendo i bonus che attualmente vengono dati ai top manager «eccezionalmente alti e troppo complicati». La linea di difesa dei diretti interessati ha sempre fatto appello al mercato: più alti sono i premi, più forte sarà l’incentivo del manager a fare bene il suo mestiere e dunque migliore il risultato. I due Nobel hanno dimostrato che non è così. Che puntare troppo su premi collegati al risultato in Borsa può spingere anzi a risultati non buoni nel lungo periodo. E che, soprattutto, su tutta la faccenda pesa il fatto che non tutti hanno le stesse informazioni: e chi ha le informazioni ha il potere.

La questione è bruciante, nella Stati Uniti come in Europa. I super bonus sono stati accusati di essere alla base dell’enorme crescita della diseguaglianza dagli anni 2000, e tra le cause di una ottica di brevissimo periodo che ha portato alla bolla subprime e alla crisi. Ma dopo la Grande Recessione, il gioco è ripreso alla grande. L’Economic Policy Institute ha calcolato che negli Usa tra la retribuzione media dei top manager e quella dei dipendenti c’è un rapporto di 276 a 1. Da noi, più modestamente, è di 36 a 1 (dati Mediobanca). Ma fanno rumore bonus milionari dati a manager in uscita da banche che hanno faticato agli stress test (Unicredit), come ad aziende poi fallite (Alitalia); per non parlare dei 55 milioni promessi, come premio di risultato, all’attuale amministratore delegato di Telecom. In Francia, di recente, il ministro Macron, astro nascente della politica francese e non sospetto di massimalismo, ha contestato il maxibonus da 7,2 milioni all’amministratore delegato di Renault, industria in parte pubblica. Insomma, il caso è aperto ovunque, sotto il profilo dell’equità. I due Nobel aggiungono argomenti legati all’efficienza, non per bloccare ma per calibrare meglio le paghe dei manager.

Anche i ragazzi di Foodora hanno a che fare con la questione. Perché gli studi premiati ieri da Stoccolma invitano a guardare bene dentro le “asimmetrie informative” che danneggiano i mercati. E un’enorme differenza di informazioni sull’oggetto del proprio lavoro caratterizza tutte le piattaforme della nuova economia, quella che vive sulle App. Così, i bikers, oltre ad avere scarso potere contrattuale, non sanno nulla di quello che succede sul loro mercato, e dunque non sanno neanche se conviene essere pagati a ore o a consegna. Per questo studi iniziati quarant’anni fa valgono anche oggi, nella nuova frontiera della sharing economy che si apre.

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