Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

I ricchi e poveri. E Trump

Venerdì, 11 Novembre 2016

Commento scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso

“It’s the economy, stupid”: lo slogan con il quale Bill Clinton si prese la Casa Bianca nel ’92 è diventato un boomerang per sua moglie Hillary? Questa l’impressione che si ricava dalle prime letture del voto americano, e soprattutto dal passaggio in blocco verso Trump degli Stati detti della “rust belt”: o meglio della ex “cintura della ruggine”, ossia di quella che fu la culla dell’industria dell’acciaio. Ai democratici viene rimproverata l’incapacità di vedere le sofferenze economiche di uno strato sociale esteso e popolare. Eppure, negli Stati Uniti la Grande Recessione, iniziata nel 2008, è finita già nel 2010-2011; e lo scorso anno, per la prima volta dal 2007, il reddito mediano è aumentato, mentre il tasso di disoccupazione è al 4,9%. Se l’America profonda si rivolta e si consegna a Trump in una situazione del genere, cosa dovrebbe fare l’Europa piagata da una crisi durata per sei anni e da una disoccupazione quasi doppia?

Le elezioni si vincono – o si perdono – anche semplificando e parlando “alla pancia”. Ma se si semplifica troppo, oppure si traggono conclusioni affrettate, si rischia poi di continuare a sbagliare, sul carro dei vincitori inattesi o su quello dei perdenti (in questo caso) tramortiti. Di certo il voto americano ha posto fine a un’era segnata dalla globalizzazione dei commerci e dalla apertura delle frontiere. Su queste parole d’ordine Trump ha vinto, galvanizzando le persone, le classi sociali e i territori che dalla globalizzazione non hanno avuto niente da guadagnare e molto da perdere. La ripresa americana è stata molto ineguale, così come ineguale era stata la roboante ascesa degli anni rampanti della globalizzazione. Solo pochi mesi fa, ci si interrogava sul clamoroso successo, in terra americana, delle tesi del francese Piketty sull’aumento delle diseguaglianze e sul blocco della mobilità sociale: sul ritorno a un’età della rendita, sull’enorme riapertura della forbice tra l’1% più ricco e il restante 99% della popolazione. La nuova diseguaglianza non è solo tra più ricchi e più poveri, ma anche territoriale: la ripresa è trainata dai distretti dell’alta tecnologia e dall’indotto che questi portano. Sono localizzati nell’ovest degli Stati Uniti – la Silicon Valley, Seattle le loro punte di diamante – ma anche in alcune zone dell’est, con alto capitale intellettuale. Se si guarda la geografia del voto, è impressionante la corrispondenza tra innovazione tecnologica, produttività, ricchezza materiale e intellettuale e voto per i liberal democratici. La rust belt era già arrugginita quando ha vinto Obama, la deindustrializzazione di Detroit o di Buffalo non è di ieri. Eppure, morde adesso. Per capire perché non dobbiamo guardare tanto alle posizioni assolute, ma a quelle relative. Così, è vero che il reddito mediano è aumentato, nel 2015, del 5,2%, e che i bianchi continuano a stare meglio degli altri; ma il tasso di aumento è stato, per i bianchi, minore di quello che hanno avuto gli ispanici, e paragonabile a quello dei neri. Mentre negli Stati dell’Ovest è stato quasi doppio di quello degli Stati del Sud. Ci sono insomma fette della popolazione e del territorio che, colpite dalla crisi, temono di restare completamente fuori dai benefici di una ripresa che premia soprattutto alcune aree; che, soprattutto, è fortemente competitiva; e che esclude i ceti a bassa qualifica, con l’eccezione di quelli che hanno la fortuna di vivere a ridosso dei quartieri dei nuovi ricchi dell’hi-tech o della finanza.

Questo non vuol dire che, da ieri, i “poveri” stanno con Trump e solo i “ricchi” possono permettersi di aderire ai valori liberal. I ceti più bassi – quelli sotto i 30.000 dollari l’anno – continuano a stare, nella maggioranza, con i democratici (al 53%, dice uno studio basato sui flussi elettorali e pubblicato dalla Resolution Foundation); ma con un margine inferiore a quello che ci fu nelle precedenti elezioni, nel 2012: da allora a oggi, secondo questo studio, il 16% della fascia di reddito sotto i 30mila dollari si è spostato verso i repubblicani, e lo stesso ha fatto il 6% della fascia tra i 30 e i 50mila. Gli stessi dati del Census Bureau citati prima dicono che, nello scorso anno, la popolazione senza assicurazione sanitaria è diminuita di più di un punto percentuale, passando dal 10,4 al 9,1%. Ma evidentemente questo non è parso sufficiente agli elettori a basso reddito che hanno scelto Trump, che proverà a smantellare la riforma di Obama. La protezione che chiedono non è quella dello stato sociale e della sua redistribuzione, ma quella delle frontiere: il protezionismo sul lato dei commerci, i muri alle migrazioni. Nella speranza che questo riporti i vecchi tempi gloriosi, quando l’aumento della produttività americana restava nelle mani della classe media bianca americana. I primi cento giorni di Trump mostreranno se questo è un programma realistico, nel mondo del 2016. E a quale prezzo potrà realizzarsi, nel contesto di un Paese spaccato a metà. 

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