Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il debito buono, quello cattivo e i mercati

Domenica, 19 Luglio 2015

Quest'articolo è stato pubblicato il 18 luglio sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Ha choccato tutti l’ultima previsione del Fondo monetario, che in un breve memorandum di tre paginette, pubblicato dopo la firma dell’accordo tra il premier greco Tsipras e l’eurogruppo, ha detto che entro due anni il debito pubblico greco salirà al 200% del Pil: vale a dire che, se le cose vanno avanti così, entro breve i greci si troveranno sulle spalle un debito pari al doppio di tutto quello che producono in un anno. Eppure, a quasi diecimila chilometri di distanza e molto più su nella scala delle potenze, c’è un paese che ha un debito pubblico pari quasi al 240% del suo prodotto: il Giappone. E, se proprio vogliamo parlare di potenze, ci sono gli Stati Uniti con un debito pari al 122% del loro Pil. E allora, quand’è che un debito è “cattivo”, o meglio, quando è insostenibile?

Spesso si dice, parlando di un paese indebitato, che i suoi cittadini “hanno vissuto al di sopra delle loro possibilità”, trattando uno Stato come se fosse una famiglia troppo spendacciona. Ma anche per una famiglia c’è debito e debito: un conto è fare un mutuo per comprare casa, un altro fare prestiti per mandare all’università il figlio, altro ancora è indebitarsi per il gioco o per un’auto di lusso. In ogni caso, molti macroeconomisti – cioè quelli che si occupano dell’economia a livello aggregato – mettono in guardia contro l’equiparazione tra la logica del “buon padre di famiglia” e quella dei governi, in quanto al debito. E questo perché all’interno di uno Stato, o di un’unione di Stati, quando si tirano le somme al debito pubblico di uno corrisponde il credito di un altro. Ma dove sta questo “altro”? L’identikit dei creditori fa un’enorme differenza: se stanno in gran parte nello stesso Stato (è il caso dell’Italia, che ha un debito pubblico pari al 132% del Pil detenuto per due terzi da soggetti residenti), il debito pubblico è anche ricchezza privata. E quando ricevono i pagamenti degli interessi, i creditori – li chiamavano i “Bot-people”, negli anni ’80 – possono spenderli nello stesso paese, aiutando l’economia. Mentre quando il debito pubblico è detenuto quasi tutto da soggetti che stanno all’estero, la ricchezza va ad altri e la sua gestione si fa un po’ più difficile: è il caso della Grecia, il cui debito è per quasi il 90% collocato all’estero, prima nel mercato e adesso tutto presso Stati e istituzioni.

E poi: molto cambia, se i governi sono costretti a finanziarsi esclusivamente sui mercati e alle condizioni dei mercati, o hanno un paracadute-aiuto dalla loro banca centrale. In Italia e in Europa questa è ormai una bestemmia, mentre in Giappone e negli Usa la banca centrale può intervenire a comprare titoli pubblici, e calmierare il mercato. Da noi no, l’indipendenza della banca centrale è scritta nelle tavole della legge dell’euro, e questo vuol dire che i governi devono sottostare alle leggi dei mercati finanziari quando vanno a chiedere prestiti, e convincerli che saranno perfettamente in grado di ripagarli. La qual cosa però non dipende solo dal livello assoluto del debito, ma anche – e tanto – dalla crescita dell’economia: negli ultimi anni la Grecia non ha aumentato le spese pubbliche, anzi è cresciuto il suo “avanzo primario” (entrate meno spese al netto degli interessi), ma è stata più forte la riduzione del Pil. E poiché il debito pubblico si misura in rapporto al Pil, ecco che può diventare insostenibile per effetto della caduta del denominatore. 

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