Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il fisco giallo-verde che premia i più ricchi

Mercoledì, 16 Maggio 2018

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Gedi

Dicono che a Bruxelles sono preoccupati poiché quello che si sta formando in Italia è il primo governo formato dalle forze anti-establishment in Europa. Ma proprio per questo ogni pronunciamento esplicito che viene dall’élite europea, come quello reso noto ieri a proposito delle politiche per l’immigrazione e il debito, finisce per rafforzare Salvini e Di Maio, di per sé debolissimi dopo la grottesca vicenda delle trattative sul programma e sulla formazione del nuovo governo. Se quest’ultimo vedrà la luce, dopo la lunghissima serie dei rinvii, le discordanti promesse dei due si troveranno alla prova dei fatti. E sarà il fisco il primo esperimento in provetta del “contratto per il cambiamento”.

In campagna elettorale, il partito di Salvini ha puntato tutto sulla “flat tax”, la “tassa piatta”. Quanto piatta? La Lega nel suo programma l’aveva posta al 15%: questa l’aliquota uguale per tutti i redditi superiori a una certa soglia, che dunque portava un vantaggio crescente con il crescere del reddito e dunque delle tasse che attualmente si pagano; mentre una estensione della “no tax area” – il reddito al di sotto del quale non si pagano le imposte – avrebbe dovuto garantire una piccola progressività a questa imposta e  il consenso anche dei più poveri. Dal canto suo, il Movimento Cinque Stelle proponeva una semplificazione delle aliquote, non un appiattimento totale. Così è venuta fuori la proposta di una tassa un po’ meno “flat”, che prevede due aliquote, una al 15%, sotto gli 80mila euro l’anno,  e l’altra al 20%, per i redditi superiori. Anche con questa nuova formulazione il beneficio è crescente al crescere del reddito. Allora, per addolcire la pillola ai (sedicenti) pauperisti dei Cinque stelle, pare si stiano introducendo delle deduzioni fisse riservate ai redditi più bassi, che si riducono e poi spariscono oltre i 50mila euro. Ma, per quanto si agisca sulle deduzioni, la progressività buttata fuori dalla porta non può rientrare dalla finestra, se non in piccolissima parte. Una simulazione realizzata dagli economisti Massimo Baldini e Leonzio Rizzo su lavoce.info mostra che, mentre per chi ha un reddito familiare fino a 40mila euro non cambierà quasi nulla, solo sopra quella soglia cominceranno i vantaggi. Che saranno consistenti solo per i redditi molto alti: 8-9.000 euro all’anno sopra gli 80mila euro, fino ai 60mila per i super-ricchi (chi guadagna più di 300mila euro l’anno). Una strana declinazione dell’aggettivo “populista”.

Ma ci sono altre due caratteristiche che potrebbero non piacere della nuova flat tax. La prima è nel fatto che, per semplificare e finanziarla, le nuove deduzioni fisse paiono destinate a soppiantare tutte le deduzioni e detrazioni già esistenti. Questo ha detto uno dei responsabili economici della Lega in un’intervista a Repubblica. Tra le detrazioni esistenti, per fare qualche esempio, ci sono gli interessi sui mutui casa, le spese sanitarie, quelle per le ristrutturazioni edili. Una famiglia potrebbe trovarsi ad avere un’aliquota più bassa, ma su una base imponibile più ampia, o senza gli sconti che aveva prima. Tanto minore è lo sconto sull’aliquota, tanto maggiore è il contro-effetto della sparizione delle detrazioni: dunque i ricchi saranno avvantaggiati, e di molto. Non solo. La nuova Irpef si pagherà sui redditi familiari, dunque a parità di reddito complessivo una famiglia con due entrate da lavoro (nella quale lavorano sia il marito che la moglie) pagherà di più di una con una sola entrata (il più delle volte dell’uomo). Non è un bel modo per incentivare e aumentare l’occupazione femminile, obiettivo che a parole tutti dicono di voler raggiungere, dato che siamo agli ultimi posti in Europa.

La prova dei fatti sarà poi particolarmente dura sulla questione “coperture”. Neanche il taglio delle detrazioni oggi esistenti basterà a coprire le mancate entrate derivanti dall’abbassamento delle aliquote più alte. Secondo lo studio prima citato, anche con la nuova formulazione mancheranno all’appello 50 miliardi. Dunque, delle due l’una: o si aumenta il deficit, o si trovano soldi altrove. Una possibilità in questi giorni accennata è quella di trovare i fondi con una sanatoria sul contenzioso fiscale, un modo più gentile per indicare un condono. Ma le entrate da sanatoria sono una tantum, cioè valgono solo per l’anno nel quale il condono si fa, mentre la riduzione delle tasse (sui redditi più alti) è permanente: cosa succede negli anni successivi? C’è di che mettere sotto serio esame il contratto che Salvini e Di Maio stanno perfezionando, anche prima che lo facciano gli odiati censori di Bruxelles.

 

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