Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il futuro dell’auto nell’epoca di dazi e sovranismi

Mercoledì, 25 Luglio 2018

Commento pubblicato sui giornali locali del gruppo Gedi

«Chi comprerà la Panda, se il ceto medio finisce?». Queste parole di Sergio Marchionne, raccontate dalla stampa nei giorni scorsi, fanno ben capire che la sfida che il gruppo Fiat-Chrysler ha davanti era alta e difficile già prima che l’uomo che l’ha guidata fuori dalla crisi uscisse di scena così drammaticamente. Una sfida industriale: su quali modelli investire, in quali mercati produrre e in quali vendere. E una sfida geopolitica, per un gruppo nato a cavallo dell’oceano dalla fusione di due debolezze, Fiat e Chrysler, nel punto più alto dell’era della globalizzazione vincente, della quale ha cavalcato l’onda; e che si trova tra i più esposti ai nuovi venti protezionisti. Non è un caso che Trump abbia fatto una delle sue poche telefonate a un numero con prefisso italiano chiamando Torino: un gesto cortese e umanitario, ma anche una precisa dichiarazione di attenzione sulle sorti degli stabilimenti americani, dove lavorano i suoi elettori.

Il passato è importante, ed è naturale che, nelle prime ore successive all’annuncio del gravissimo stato di salute del manager e della sua sostituzione, l’Italia abbia riflettuto su quel che Marchionne è stato per la nostra storia economica. Non deve scandalizzare neanche che si siano riproposte le divisioni e gli scontri che l’azione innovatrice del manager italo-canadese ha portato – al di là degli ignobili toni di alcuni anonimi del web. Ma il presente e il futuro sono ancora più importanti ed è su questi che il dibattito politico e pubblico dovrebbe a questo punto indirizzarsi. Tanto più se dallo stesso quartier generale di quella che fu la prima fabbrica italiana ed è ancora un fattore decisivo della nostra crescita e occupazione vengono segnali di incertezza, che hanno preoccupato i mercati finanziari ma che ancora di più dovrebbero preoccupare gli operai rimasti in Italia: che cosa si farà negli stabilimenti di Melfi, Pomigliano, Mirafiori? E a Cassino, e in val di Sangro, e a Termoli? Le aristocratiche maestranze di Maranello, davvero possono dormire sonni tranquilli?

Il consiglio di amministrazione di oggi probabilmente schiarirà qualche nube sulla governance, sul risanamento finanziario, sui dividendi. Ci vorrà più tempo per capire la direzione della Fiat post-Marchionne nel mondo post-globalizzato. Nel quale, come diceva la battuta di Marchionne sulla Panda, c’è una crisi del ceto medio occidentale che ne ha abbassato i consumi (o li ha spostati in altre direzioni) e una lotta senza quartiere tra i giganti per conquistare il ceto medio emergente, quello asiatico. E nel quale i governi si fanno guerra commerciale per difendere ciascuno la produzione del proprio territorio. Non va dimenticato che Fiat-Chrysler produce i tre quarti dei suoi utili negli Stati Uniti. La grande corrente di simpatia, culturale e politica, che si è vista scorrere tra il Trump dell’America First e i nostri partiti del “Prima gli italiani” potrebbe finire in un corto-circuito sovranista.

 

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