Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il grande affare dei piccoli

Mercoledì, 20 Luglio 2016

A Londra c’è un bambino di 4 anni che è già un influencer: Farouk James, gigantesca chioma afro e 126.000 follower su Istagram, fa sfilate di moda e viene fermato per strada. Non ha la scorta, al contrario di un altro londinese, George di Cambridge, treenne reale, che al primo giorno di scuola materna indossava una bella giacchetta trapuntata un po’ retro, color blu navy. Il giorno dopo nella capitale pre-Brexit si sono impennate del 400% le vendite di giacchette blu trapuntate. L’afrofenomeno e il principino sono solo due dei numerosi testimonial di uno dei pochi settori dell’economia che va. Quello trainato dalla spesa per i bambini: che sono sempre meno, ma per i quali si spende sempre di più. Dall’abbigliamento ai corsi di ogni tipo, dallo sport ai consumi culturali. Così i portafogli di genitori e nonni si svuotano, e le agende dei bambini si affollano come quelle di piccoli manager.

L’economia trainata dai ragazzini la si può osservare dal top, nella gigantesca casa interamente dedicata alla sua linea baby che Dior ha costruito all’interno del nuovo negozio a New Bond Street, a Londra. Oppure dal basso, tra i marchi alla portata dei più. Per esempio dalle parti di Target, la seconda grande catena discount degli Usa, che per lanciare la sua linea “cheap chic” ha mandato tutti i suoi designer a intervistare un migliaio di ragazzini (dai 4 ai 12), riuniti in focus group nei negozi, o raggiunti nelle case, oppure online, sulla base di una convinzione ferrea: non bisogna più mirare alle mamme ma a loro, sono i ragazzini quelli che prendono le decisioni di consumo. Oppure nei dati di Euromonitor che passavano di mano in mano all’ultima sfilata di Pittibimbo, sul sorpasso dell’ultimo anno: mentre i rami donna e uomo del mercato mondiale dell’abbigliamento crescevano del 4%, il rametto bambino si allungava al ritmo del 6%, raggiungendo i 135 miliardi di euro nel 2015 (dai 122 del 2010).  Ma quello della moda è solo il primo indizio del boom della bimbo-economy.

(segue su numero 29/2016 di pagina99)

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