Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il Paese di Ciampi

Sabato, 17 Settembre 2016

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso il 17 settembre

Nello stesso giorno nel quale i leader europei si riunivano a Bratislava per cercare di arrestare la crisi verticale dell’Unione, se n’è andato l’uomo senza il quale forse l’Italia non sarebbe a quel consesso nel gruppo di testa. L’ingresso dell’Italia nella moneta unica europea è l’eredità storica di Carlo Azeglio Ciampi, sintesi della sua visione della politica economica e della politica tout court, e anche della continuità del suo operato, dalla Banca d’Italia al governo al Quirinale.

Nel suo studio da ex presidente, al Senato, accanto all’originale di una lettera di Cavour campeggiava una anodina nota sul fabbisogno: «Il mese di dicembre ’97 si è chiuso con un avanzo del settore statale di circa 25.500 miliardi (di lire, ndr). Tale avanzo è superiore di circa 19.400 miliardi rispetto a quello dello stesso mese dello scorso anno. Il fabbisogno di cassa dell’anno ’97 ammonta, pertanto, a circa 52.500 miliardi, inferiore di oltre 76 300 miliardi a quello dell’anno ’96 pari a 128.852 miliardi». Una nota da ragionieri? Niente affatto, «era il bollettino della vittoria», raccontò l’ex presidente nel libro-intervista con Alberto Orioli “Non era il paese che sognavo” (Il Saggiatore, 2010). Dove si ripercorrono, in occasione dei 150 anni dell’unità d’Italia, quei mesi cruciali che vanno dall’arrivo di Ciampi al ministero del Tesoro nel 1995 – governo Prodi, successore del Berlusconi I e di Dini – al 2 maggio del ’98, giorno del vertice Ecofin con il quale parte ufficialmente la moneta unica. Ciampi era già passato per parecchie missioni impossibili: in Banca d’Italia, dove era salito nel ’79 sullo scranno del governatore sull’onda dello scandalo Sindona, della macchinazione contro la stessa Banca d’Italia che aveva travolto gli incolpevoli Baffi e Sarcinelli, e alle prese con il crac del Banco Ambrosiano. E al governo, dove era arrivato da presidente del consiglio nel ’93, con la crisi valutaria che aveva svalutato la lira del 20%. Stavolta, raccoglieva l’eredità di un deficit pubblico al 7,4% del Pil e un debito sul 120%. Gli obiettivi programmatici del precedente governo imponevano una riduzione del deficit al 4,5%: era difficile, racconta Ciampi, ma soprattutto inutile, poiché con quelle cifre comunque in Europa non si entrava. Di cui la decisione – presa con Prodi e la sua squadra di sottosegretari, e accelerata da un incontro con Aznar dal quale emerse con evidenza che la Spagna era pronta mentre l’Italia sarebbe rimasta sola fuori dall’euro – di fare una manovra in due tempi, con una correzione in autunno di grande impatto. Dovevamo arrivare al 3%, si fece di più centrando il 2,7% con quel bollettino di vittoria incorniciato da Ciampi.

Non si trattava di un bollettino contabile. Se per l’ex partigiano e l’azionista l’euro era solo un primo passo di una costruzione federalista a venire, per l’ex governatore era una formidabile occasione di agganciarsi a una disciplina di bilancio perenne: come Carli e altri esponenti del liberalismo italiano, Ciampi era convinto che avessimo bisogno di un vincolo esterno per tenere i conti in ordine. E in quegli anni i conti pubblici si aggiustano, prima con manovre severe e con un’ondata di privatizzazioni che mette sul mercato quasi tutta l’Iri, poi con i benefici della riduzione dei tassi. Sotto la cenere covano molti problemi che poi torneranno, già durante il settennato di Ciampi al Quirinale e poi soprattutto negli anni più recenti: gli altri mali italici che si approfondiscono (primo tra tutti il ristagno della produttività), le imprese nazionali che non approfittano delle privatizzazioni e ne fanno in molti casi occasione di rendita, l’Europa che si ferma a quegli obiettivi contabili che per uomini come Ciampi erano solo un primo passo. Su tutto arriva la grande crisi, che continua a presentare il conto con la caduta di tutte le élite che hanno voluto l’euro. Per il Risorgimento italiano come per la moneta unica, Ciampi aveva una visione illuminista del ruolo delle classi dirigenti, politiche e tecniche: «L’importante è che le élite interpretino la volontà popolare, come peraltro è certamente accaduto con l’euro, un’avventura straordinaria che ha coinvolto con grande passione tutti gli italiani», dice nel libro già citato. Nel quale però deve ammettere, sconsolato, che “questo non è il paese che sognavo”: parla dell’Italia, della corruzione che resta, del senso civico e del rispetto per le istituzioni che crollano, della vittoria degli interessi personali. Ma l’espressione forte che usava negli ultimi anni, “strage delle illusioni”, si potrebbe applicare anche alla foto di gruppo dell’Unione europea di Bratislava, nell’anno della Brexit e dei muri.

 

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