Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il suicidio dell'Europa

Lunedì, 28 Giugno 2010

La manovra economica del governo italiano, per quest'anno, avrà un impatto “zero” sull'occupazione. Cioè, non avrà nessun effetto sulla creazione di nuovi posti di lavoro. Negli anni successivi, invece, un effetto l'avrà e sarà negativo: meno 0,1 nel 2011 e meno 0,2% nel 2012, per la precisione. Chi spara questi numeri? I soliti disfattisti dell'Istat, della Banca d'Italia, o quel sondaggista che non sta simpatico al presidente del consiglio? Niente affatto. Questi numeri li ha dati il governo, in versione ufficiale, depositando presso il parlamento le stime sugli effetti economici della sua manovra di finanza pubblica. Sono stati presentati insieme a tanti altri (come quelli relativi all'effetto sulla crescita: negativo, ovviamente), ma già di per se basterebbero a definire e liquidare una volta per tutte la manovra, rispondendo a due domande: qual è il principale problema che le persone in Italia si trovano ad affrontare oggi? E cosa fa il governo per risolverlo? Se la risposta alla prima domanda è: il lavoro, la risposta alla seconda non può che essere: niente, anzi fa qualcosa per aggravarlo. E lo ammette.

Va detto che il governo italiano non è solo, in questa performance. Nel giro di poche settimane, anzi si potrebbe dire di pochi giorni, a ridosso della grande paura legata alla crisi greca, tutti i paesi europei hanno varato manovre economiche restrittive, mettendo al primo punto dell'agenda della politica economica la discesa del debito e del deficit pubblici. Come si è già scritto su questa rivista, hanno varato manovre “lacrime e sangue” la Grecia, la Spagna, la Francia, il Regno Unito; e soprattutto, ciliegiona sulla torta, la Germania, che ha voluto strafare con una manovra da 80-90 miliardi di euro, una mossa da primi della classe giudicata dai più sproporzionata rispetto allo stesso ammontare del deficit (pubblico) tedesco, e soprattutto assai pericolosa per la tenuta complessiva dei conti europei. Ma il fatto che il governo italiano non sia solo, non migliora affatto la situazione, anzi: se da un lato dà al ministro Tremonti l'unico argomento spendibile a difesa della manovra (“l'hanno fatto tutti, se non lo facevamo anche noi la speculazione ci aggrediva facendo salire il costo del debito”), dall'altro annulla completamente ogni pur minima possibilità che i risparmi della manovra innestino un circolo virtuoso: insomma, che ne usciamo in qualche modo vivi.

Il perché si può spiegare facilmente con un'immagine: è come quando a teatro per vedere meglio ci si alza in piedi. Se tutti si alzano in piedi, vediamo tutti (ben che vada) come prima. E stiamo anche più scomodi. Fuori di metafora: immaginiamo un paese nel quale si tira la cinghia, per rimettere a posto il debito pubblico. Si tagliano gli stipendi agli insegnanti e agli statali, si riduce la spesa degli enti locali, si bloccano le assunzioni e le carriere, si aumentano tariffe e ticket. Insomma, la gente ha meno soldi da spendere. I commercianti, di conseguenza, si aspetteranno di vendere un po' meno, e ordineranno con parsimonia le merci; così come le imprese produttrici, dal canto loro, si terranno assai caute, magari cominceranno a svuotare i magazzini prima di sfornare nuovi prodotti, o comunque ne metteranno in produzione pochi, per evitare che gli restino tutti sul groppone. A meno che non prevedano di vendere all'estero, in altri paesi dove invece il reddito cresce, i portafogli si gonfiano, l'economia tira. E questo è il punto: se in tutt'Europa i portafogli si svuotano, sarà difficile vendere auto, vestiti, mobili, elettrodomestici in gran quantità nei paesi intorno a noi. Certo, ci saranno sempre merci più avanzate, idee geniali su un prodotto che sfonda magari in un settore e in un paese, qualche bellissimo caso di successo: ma nel complesso, non ci sarà abbastanza domanda per sostenere la stessa offerta di prima. I governi europei, guidati dalla signora Angela Merkel come pifferaio ricco e maligno, si sono messi ordinatamente in coda verso un vicolo cieco. A meno che non si pensi di salvare la baracca inondando di merci europee la Cina o l'India – ossia facendo fare alla globalizzazione il percorso inverso a quello fatto finora – non si vede come possano uscire da quel vicolo cieco, che porterà a ulteriori riduzioni dell'occupazione e del tenore di vita degli europei. Il problema, ovviamente, interessa anche il resto del mondo: motivo per cui al G20 di Toronto Barak Obama ha chiesto agli europei di pensare più alla crescita e meno al rigore dei conti pubblici, o almeno di coordinare le loro manovre. E' finita con un nulla di fatto: nessun accordo nella direzione voluta dagli americani, un omaggio di facciata alle richieste della Merkel.

Questo quadro generale non è contraddetto neanche dagli economisti e dai governanti che, nel commentare le manovra di rientro dai deficit, le giudicano inevitabili: dovevamo farlo, dicono, però il prezzo sarà molto salato perché ci sarà un ulteriore effetto negativo sull'economia. I motivi per cui “dovevamo farlo” sono diversi da paese a paese: in linea generale, hanno tutti a che vedere con il fatto che il settore pubblico si è trovato a spendere troppo in proporzione a quanto incassa e a quanto l'economia produce; ma andando poi a vedere i casi singoli, si scopre che c'è una gran differenza tra paesi come l'Italia, che pagano ancora per il peso di un debito ereditato da un lontano passato e frutto di una ingiustizia fiscale tanto connaturata al sistema da esserne diventata parte integrante; e paesi come Francia o Inghilterra, i cui squilibri sono dovuti proprio alle spese sostenute per salvare le banche e fronteggiare la crisi finanziaria. Ma tutti questi stati sono accomunati da un elemento: devono andare a chiedere soldi a prestito sui mercati, e qui la loro reputazione conta, per questo vogliono mostrarsi virtuosi e risanatori. Purtroppo però il discorso non finisce qui: oltre alla reputazione di un singolo “debitore”, conta anche quel che la finanza ne pensa, e quali aspettative la finanza ha sul futuro di quel paese, e le scommesse che ci fa sopra. Qui entra in gioco la speculazione, che cambia i rapporti di forza e soprattutto detta il ritmo delle decisioni. Nel nostro caso, i governi europei piegandosi alla speculazione finanziaria hanno accelerato programmi che potevano essere intrapresi al termine della crisi, o spalmati su più anni, oppure con un ritmo diverso. Il tutto, solo per mancanza di coordinamento e di forza politica.

Insomma, se la politica non si fosse affidata alla finanza, avremmo forse potuto avere una via d'uscita europea da una crisi che non è nata in Europa, ma che rischia adesso di azzerare il progetto politico europeo. Ma se non è andata così, un motivo ci sarà. E forse lo possiamo andare a cercare nelle motivazioni, negli obiettivi ultimi dell'azione politica. Torniamo al dilemma espresso dai numeri citati all'inizio: riduzione del deficit e aumento della disoccupazione. Lo stato della finanza pubblica da un lato, lo stato del lavoro dall'altro: qual è l'obiettivo e qual è il vincolo? Se l'obiettivo unico e ultimo è ridurre il deficit pubblico, al massimo possiamo sperare che qualcuno riuscirà a farlo senza sacrificare troppo l'occupazione (e come abbiamo visto, il modo in cui è congegnata l'azione del governo non alimenta questa speranza). Se invece l'obiettivo è la piena occupazione (o comunque: avvicinarsi il più possibile a una situazione di fatto in cui c'è lavoro per chi vuole lavorare), la finanza pubblica diventa un vincolo del quale tener conto e sul cui sentiero muoversi, cercando le politiche migliori per aumentare l'occupazione senza mettere a rischio la stabilità dei conti pubblici. Può sembrare un gioco di parole, invece cambia completamente la prospettiva e la sostanza: nel secondo caso, una manovra economica come quella appena varata diventa inconcepibile, perché allontana dall'obiettivo, e ne entrano in gioco altre. Magari rompendo argomenti-tabù: come una tassazione patrimoniale, che avrebbe un impatto sulla domanda e quindi sull'economia certamente inferiore a quello che si ha tassando i salari; un prelievo sulle rendite finanziarie; e anche alcune riduzioni di spesa, a minor “contenuto” di lavoro rispetto a quelle che si tagliano adesso, ma a maggior tasso di clientelismo e consenso politico.

Articolo pubblicato su "La Rocca di Assisi"

Aggiungi un commento