Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il tesoro che è in noi

Venerdì, 09 Luglio 2010

Il caseificio “fratelli Tomasoni” andava avanti, tra alti e bassi, da almeno 200 anni, quando con la crisi del 2008 ha rischiato di chiudere per sempre. Lehman e subprime c'entrano fino a un certo punto, il problema per loro, alla fine di quell'anno terribile, era il rincaro delle materie prime: con il prezzo del latte in salita del 25%, tutti i conti e le pianificazioni sballavano, dunque si rischiava una crisi di liquidità letale, se non venivano trovati in fretta 150.000 euro per coprire i costi del magazzino. Il piano finanziario-industriale c'era, ma nessuna banca era disposta a scucire quei 150mila. E' una storia comune: messe in ginocchio dalle esposizioni spericolate dei grandi, hanno chiuso i cordoni ai debitini oculatissimi dei piccoli. Ma il caseificio “Tomasoni” in quel di Gottolengo (Brescia) ha trovato una soluzione fuori dal comune. Massimo Tomasoni, uno dei titolari, ha preso carta e penna e ha scritto ai suoi clienti più cari, i Gruppi d'acquisto solidale: di alcuni di loro era fornitore da qualche anno, dopo aver varato la conversione dalla monoproduzione del grana a una gran varietà di formaggi, tutti bio. Nella lettera si spiegava quel che non andava, e il concreto rischio di fine caciotte. Ne è nato il primo salvataggio di un'azienda da parte dei suoi clienti: “a inizio 2009 nel giro di un mese un migliaio di famiglie di 90 Gas raccolgono i soldi che servono per il prestito, in parte sottoscritti come pagamento anticipato sul prodotto, in parte gestiti come finanziamento attraverso la cooperativa di finanza etica Mag2 finance di Milano, che partecipa all'iniziativa con una parte del prestito. Ora l'azienda si è ripresa, i conti non soffrono più, le caciotte sono salve e il finanziamento di Mag2 ha dato vita a un fondo a rotazione pronto a riattivarsi per finanziare i produttori dei Gas”.

La storia è raccontata nel libro “Il capitale delle relazioni” (Altreconomia edizioni, 2010, 14 euro), e ben ne illustra il titolo: nel caso Tomasoni, “il capitale” era in fondo minimo, ma non alla portata di nessuno preso singolarmente, né l'imprenditore né i consumatori né un singolo gruppo d'acquisto. La rete delle relazioni costruita negli anni tra il produttore di formaggi e i gruppi ha fatto la differenza, portando a un incrocio tra i due filoni dell'economia solidale, la finanza etica (con le Mag) e il consumo critico (con i Gas). Un caso isolato? Una rara storia a lieto fine? In realtà, le esperienze positive raccontate – quasi sempre in prima persona – nel libro sono diverse, e prese tutte insieme aiutano a capire meglio un mondo che non è fatto solo di cassette settimanali e fiere del biologico. Un mondo che è alle prese con i contraccolpi della crisi, e che vive anche una sua peculiare crisi/opportunità di crescita: nel passaggio dai gruppi ai distretti dell'economia solidale, nell'allargamento su zone del territorio nazionale prima non toccate dal fenomeno, nella definizione del modo di operare della “filiera corta”, nella ancora limitata dimensione finanziaria, nell'elaborazione del fenomeno della “piccola distribuzione organizzata”, nell'ottimismo con cui chi si mette in queste imprese guarda al futuro.

Un ottimismo che, sul versante politico generale, può sembrare anche eccessivo, nell'introduzione di Pietro Raitano: “L'economia del profitto, del consumo, dei rifiuti, della distruzione ambientale, dell'ingiustizia e della 'depressione' ha i giorni contati” (frase che fa venire in mente il titolo del libro di Giorgio Ruffolo: “Il capitalismo ha i secoli contati”). Ma, giorni o secoli che siano, certo è che questa raccolta di fatti sul “capitale delle relazioni” giunge in un momento in cui la fiducia nelle magnifiche sorti del capitalismo è ai minimi, soprattutto dalle parti di più antica ricchezza, e a un'iniezione di capitale relazionale aspirerebbe anche il mondo profit.

“Il capitale delle relazioni”, Altreconomia edizioni, 2010, 14,00 euro

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