Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il vicolo stretto di Padoan

Sabato, 13 Agosto 2016

Articolo scritto per i quotidiani locali del gruppo Espresso, 13 agosto 2016

Era prevedibile e infatti l’avevamo previsto, ha fatto sapere con una nota il ministero dell’Economia, subito dopo la diffusione dei dati dell’Istat sull’andamento del Pil: crescita zero nel secondo trimestre dell’anno. Numeri gelati che sono piombati sul venerdì di esodo degli italiani verso le vacanze. Secondo lo stesso Istat, 7 italiani su 10 sono in grado di dire con una buona approssimazione com’è messo il Pil italiano. Probabilmente anche per molti di loro la doccia fredda di ieri non è arrivata del tutto imprevista: per chi è nel mondo del lavoro e delle imprese, bastava guardarsi un po’ intorno, parlare con i fornitori e con le banche, conteggiare i ritardi nei pagamenti. Per chi legge gli indicatori statistici, i segnali erano già arrivati a valanga: la produzione industriale in forte calo a giugno (meno 1% su base annua); l’export in discesa (meno 1,5% dal primo trimestre 2015 allo stesso periodo del 2016); e i prezzi calanti (meno 0,1% a luglio, sullo stesso mese dell’anno scorso), segnale di quella brutta malattia che è la deflazione e preoccupa mezzo mondo.

Lo “zero” del secondo trimestre del 2016 non va preso da solo. Ma va visto al seguito della più lunga recessione della storia italiana del dopoguerra, quella che abbiamo avuto dal 2008 al 2013, e della ripresa lentissima, appena percettibile, dei due anni successivi. Cos’è successo per tornare alla calma piatta nella produzione e nel lavoro?

La nota dei tecnici di Padoan individua tre colpevoli, tutti esterni a noi: il rischio geopolitico, la crisi dei migranti, la Brexit. Anche se evita di citare l’altra grande crisi del momento, quella bancaria, la nota governativa chiama in causa fattori reali, che hanno un indubbio impatto sull’economia. Ma quei sette italiani su dieci che sanno quantificare il Pil (e forse anche gli altri tre) potrebbero reagire con un moto di fastidio alla chiamata in causa dei “colpevoli” esterni. In un mondo globalizzato, è perfino ovvio che la congiuntura economica nella quale viviamo venga influenzata più da forze a noi estranee e spesso oscure che non dai singoli governi; però questi, in ogni dove e in particolare da noi, non esitano a intestarsi come merito proprio la congiuntura internazionale, quando è buona.

È quel che è successo, in particolare, nella prima parte dello scorso anno, quando la piccola ripresa globale ha portato un po’ di ordini alle imprese italiane, e queste ultime, insieme ai consumatori, hanno beneficiato del crollo del prezzo del petrolio, nonché del calo dell’euro. Così anche in Italia abbiamo avuto un piccolo aumento di domanda, Pil e occupazione, con troppa fretta attribuiti alle misure del governo: 80 euro in busta paga e jobs act. Adesso, a qualche mese di distanza, sappiamo che la misura di spesa degli 80 euro ha spinto un po’ la domanda (ma gli italiani, prudentemente, ne hanno anche messi un bel pezzo da parte, aumentando i risparmi); e che l’effetto-occupazione del jobs act, venuto meno lo stimolo degli sgravi contributivi, si è ridimensionato.

Resta il fatto che per qualche mese il governo italiano aveva avuto a disposizione una fortunata combinazione di fattori positivi. Poteva approfittarne, mettendo tutte le (poche) risorse che aveva in provvedimenti mirati e selettivi per la crescita: che significa, darli alle famiglie che ne hanno più bisogno - e che di solito trasferiscono in spesa tutti i fondi - e alle imprese che investono. Non l’ha fatto, preferendo misure più popolari. Adesso, ci risiamo con la legge di Stabilità 2017. Il governo ha limitatissime risorse, ridotte dal ridimensionamento del Pil (l’obiettivo del governo, più 1,2% nell’anno, è fuori portata) che complica la trattativa sulla flessibilità con l’Unione europea; dunque, come ha detto lo stesso Padoan, vanno prese «poche misure a favore della crescita».

Ma non si sa quali sono, e la ridda delle voci che già si rincorrono sulla manovra non depone bene. Tanto più che quest’ultima sarà scritta in pieno clima elettorale, in vista del referendum costituzionale: fattore interno che spinge - di nuovo - a cercare più il consenso che l’efficacia delle misure.

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