Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il voto dei metalmeccanici sul nuovo contratto riguarda tutti i lavoratori

Martedì, 20 Dicembre 2016

L’ultima volta che i metalmeccanici hanno firmato un contratto unitario, nelle loro fabbriche c’erano trecentomila occupati, un quarto di produzione in più e 185mila ore di cassa integrazione in meno. Queste tre cifre da sole già danno la principale novità del contratto nazionale dei metalmeccanici, siglato dalle parti sociali (Federmeccanica/Assistal, Fiom-Cgil, Fim-Cisl e Uilm-Uil) lo scorso 26 novembre e in questi giorni sottoposto a referendum sui posti di lavoro: il fatto stesso che ci sia il contratto.

Seguono le altre novità, abbastanza corpose benché un po’ nascoste nel dibattito pubblico (complice il fatto che la firma è arrivata in piena campagna referendaria, con l’attenzione pubblica distratta da altro): prima tra tutte, l’ingresso a pieno titolo del welfare nel salario, attraverso la sanità integrativa che fa nascere un colosso di categoria; ma anche attraverso i flexible benefits, in sostanza dei buoni-spesa che possono andare dall’asilo nido ai libri di scuola, un carrello di benefici che in sede aziendale si concorderà come riempire. E poi l’introduzione di 24 ore di formazione per tutti, in tutte le aziende, nei prossimi tre anni; e la riapertura, dopo gli accordi degli anni settanta, del capitolo dell’inquadramento professionale.

Tutte cose che fanno dire ai due protagonisti dell’accordo, Maurizio Landini e Marco Bentivogli, rispettivamente segretario della Fiom e della Fim, di aver ritrovato l’unità guardando avanti e non indietro. Alla Federmeccanica di aver avviato il “rinnovamento culturale” e agli addetti ai lavori di definire l’accordo come il primo contratto dell’industria 4.0. E agli scontenti nell’area dei sindacati autonomi, arricchiti dai fuoriusciti della Fiom, che si tratta di “una controriforma” (Giorgio Cremaschi, Usb).

Continua qui

Aggiungi un commento