Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Il voto greco non fa più paura

Domenica, 20 Settembre 2015

Articolo pubblicato il 20 settembre sui quotidiani locali del gruppo Espresso

La Grecia va a votare per la terza volta in un anno, ma i riflettori si sono spenti. Le elezioni di oggi, indette all’improvviso da Tsipras per rafforzare la sua traballante leadership e chiedere una nuova investitura dal basso, non sono accompagnate dall’attenzione, dalla partecipazione e dalla fibrillazione dei precedenti voti del 2015, le elezioni politiche di gennaio e il referendum di luglio sul memorandum europeo. Questo sentimento, che sta tra il disinteresse e la disillusione, si respira sia nei confini greci, nell’elettorato di Syriza che all’inizio di quest’anno entusiasticamente pensò di far cambiare rotta alla Grecia e all’Europa tutta; sia nelle cancellerie e nelle piazze finanziarie europee, per niente preoccupate dal nuovo voto. I mercati stanno tranquilli, perché sanno che la politica economica della Grecia è già scritta, qualunque sarà l’esito delle urne, in quel patto a base di austerità, tagli, tasse e privatizzazioni, che Tsipras fu costretto a firmare il 13 luglio.

La stessa certezza ha fatto sparire il problema “Grecia” dall’agenda dei policy makers europei, pressata da ben altre urgenze – crisi migratoria, Cina, petrolio…Ma se le cose stanno così, si capisce anche perché un elettore greco su cinque (secondo i sondaggi) si stia chiedendo se andare o no a votare, e perché in poche settimane Syriza sia passata (sempre secondo i sondaggi, che possono anche clamorosamente sbagliare) dal 42 al 30%, trovandosi ora testa a testa con il centrodestra di Nuova Democrazia.

Il voto greco non fa più paura, al contrario di quanto è successo nelle altre elezioni di quest’anno e in quelle del drammatico 2012, quando la crisi del debito esplose. Il problema è che la crisi non è stata affatto risolta. Né quella greca, né quella del debito. Se guardando al futuro i greci adesso vedono solo il programma dell’eurogruppo, al quale qualsiasi assetto politico che verrà fuori dal voto dovrà piegarsi, cosa vedono guardando al presente e al recente passato? Disoccupazione, povertà, stagnazione, malattie. Dal 2007 a oggi, dicono i grandi numeri, ciascun abitante ha perso in media il 27% del proprio reddito disponibile. Continua a essere disoccupata una persona su quattro, e un giovane su due. Il prodotto interno lordo, che aveva mostrato un accenno di crescita all’inizio di quest’anno, torna a scendere a testa in giù. Nell’urna, gli elettori greci si troveranno a scegliere tra i partiti che hanno guidato il paese negli anni in cui i numeri di questo disastro si sono creati, e quello che voleva capovolgere tutto ma poi si è ritrovato esattamente al punto di partenza. Alle due estremità, quelli che chiedono di farla finita con l’euro e con l’Europa, dalla destra neonazista alla sinistra fuoriuscita da Syriza. Ma quest’opzione – l’uscita dall’euro, il ritorno orgoglioso e autarchico alla dracma – è stata di fatto rifiutata dallo stesso referendum di luglio, oltre che depotenziata quando si è visto che coincideva alla perfezione con i desideri del ministro dell’economia tedesco Schauble.

In sostanza, l’intero corpo elettorale greco si reca alle urne oggi come un malato per il quale i due medici candidati prescrivono la stessa medicina: solo che l’uno (Nuova democrazia, che gliel’ha già somministrata in passato) dice che gli farà bene, l’altro (Syriza) dice che non farà affatto bene ma che è l’unica disponibile, che forse può addolcirla, e chissà che alla fine non riesca anche a cambiarla, o ad aggiungere qualche vitamina. Un po’ più lontano, a Washington, c’è qualcuno che da tutt’altro punto di vista dice che la medicina non avrà effetto da sola, e che andrebbe fatto un intervento chirurgico: fuor di metafora, andrebbe abbattuto il debito, dice il Fondo monetario. Una ricetta ispirata a realismo e pragmatismo, che farebbe respirare un po’ la Grecia ma che le élite europee vedono come il fumo negli occhi. A meno che non aspettino, per prenderla in considerazione, che al governo di Atene torni la vecchia guardia, qualcuno per loro più affidabile di Tsipras e di quel che resta del suo partito.

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