Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Infortuni stranieri. In fabbrica

Lunedì, 11 Maggio 2009

“Ricordo il primo giorno di lavoro. Era un lunedì. Sono entrato alle cinque del mattino per il primo turno... La catena era vuota, non avevo mai visto prima una fabbrica così e sono rimasto un po' intontito. C'era molto rumore del motore del forno. Mi hanno messo subito in un reparto senza dirmi niente, non mi hanno dato nessun opuscolo sulla sicurezza... Ho visto solo che c'erano dei cartelli appesi ai muri che dicevano di mettere il casco”. Chi parla è un metalmeccanico marocchino, che da qualche anno vive e lavora nel nord-est italiano: in provincia di Verona, in una piccola azienda, nel cuore di quel distretto produttivo vitalissimo (almeno fino alla presente crisi), molto orientato alle esportazioni, e caratterizzato da una delle più alte presenze di manodopera straniera. Nel Veneto, e nella sola industria meccanica, gli operai extracomunitari sono oltre 42mila, il 15% del totale. E, purtroppo, sono vittime del 18,7% degli infortuni totali. Su questa realtà e su quella parallela di alcune province lombarde è focalizzata un'inchiesta Riconversider, svolta su iniziativa degli imprenditori e dei sindacati dell'acciaio – Federacciai e Assofond insieme a Fim, Fiom  e Uilm – per conoscere la realtà della sicurezza sul lavoro degli immigrati in fabbrica. Un'indagine sul campo, con decine e decine di interviste, focus group, casi di studio, per rispondere a una domanda semplice: perché la fabbrica – luogo troppo rischioso in Italia, come dicono i numeri drammatici degli incidenti sul lavoro - per gli stranieri è ancora più insicura? E come si spiega l'aumento della quota di incidenti che riguarda gli stranieri – saliti, secondo i dati Inail, dal 16,3% del 2005 al 18,8% del 2007?
Il racconto del giovane operaio di Casablanca, citato all'inizio, non è isolato. Sono molte le testimonianze di immigrati che raccontano che, al primo giorno di lavoro, vengono mandati direttamente al reparto. Forse perché provengono da un'agenzia interinale e lì non hanno avuto alcuna formazione. O forse perché si conta molto sulla trasmissione personale delle informazioni, che però, nel caso degli immigrati, incontra subito l'ostacolo della lingua. Infatti il ragazzo di Casablanca prosegue così: “Il giorno dopo sono andato nel reparto di saldatura e lì il capoturno, che era mio zio, mi ha spiegato in arabo cosa dovevo fare. In arabo, perché parlavo poco l'italiano”.  Molte testimonianze raccontano di cartelli scritti solo in italiano, se va bene in francese e inglese. Test di valutazione e corsi sono rari. Per fortuna in alcuni casi ci sono le figure, di video dimostrativi se ne vedono pochissimi.
Leggiamo il racconto di un altro operaio pakistano, nel suo paese laureato in statistica e qui occupato alla catena: “Il primo corso sulla sicurezza l'ho fatto l'anno scorso, quando sono entrato non c'era niente. Mi hanno dato un opuscolo, solo in italiano, e poi mi hanno fatto firmare che avevo avuto l'informazione sui rischi”. E un senegalese, durante un  focus a Brescia: “Mica tutti sono abituati a leggere, io so di tanti che ricevono questo opuscolo e lo mettono lì... Mentre tutti guardano la televisione, bisognerebbe fare dei corsi con qualche pezzo di filmato da far vedere alla televisione”.
L'altro problema cruciale è nel tipo di mansioni svolte dagli stranieri. La loro presenza sale man mano che si scende nei luoghi più rischiosi della metallurgia: la siderurgia, le fonderie. Nelle province di Padova, Vicenza e Verona la quota di stranieri in fonderia è in media sul 30%, ma in alcuni posti arriva al 50. La situazione è simile per il distretto lombardo esaminato, che comprende le province di Brescia, Bergamo e Lecco. Qui gli immigrati sono il 20% dei metalmeccanici, ma sono vittime del 35% degli incidenti in fabbrica. Nella provincia di Brescia, dove un metalmeccanico su 5 è immigrato, la percentuale sale al 40-50% se si guardano le sole fonderie.  E oltre a lavorare con mansioni più rischiose, gli stranieri pagano anche la loro maggiore disponibilità a turni straordinari e notturni. “Perché il lavoro è importante per il permesso di soggiorno, il mantenimento delle famiglie lontane, la scuola per i figli. Perché si deve negoziare con l’azienda la possibilità di cumulare tutte insieme le ferie di due-tre anni per poter tornare nei paesi d’origine : e dunque si accettano anche le condizioni che i nostri rifiutano”, commenta l'esperta in formazione Fiorella Farinelli sul sito www.sbilanciamoci.info.
Di fronte all'emergenza sicurezza, negli ultimi anni, qualcosa si è mosso, dice l'indagine: notando, tra i casi esaminati, una “fascia forte” di imprese, soprattutto quelle più dinamiche e guidate da padroni o manager più giovani con una maggiore attenzione alle tecnologie per la sicurezza e alla formazione. Ma molto resta ancora da fare, per “una cultura che dà per scontata l'industria a confronto di culture senza fabbriche”. Come dice un delegato alla sicurezza della provincia di Brescia: “Bisogna pensare che molti di noi, soprattutto se vengono dall'Africa subsahariana non hanno mai visto prima una fabbrica, mentre un operaio italiano ha già in testa cosa vuol dire lavorare in un luogo simile, perché suo padre o i suoi parenti ci hanno già lavorato. E' vero, molti di noi poi dicono sempre che hanno capito tutto ma non è vero, lo dicono per dare l'impressione di sapere la lingua e poi hanno paura di perdere il posto”.

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