Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

Italia saudita

Mercoledì, 07 Gennaio 2009

«Con questi prezzi del petrolio, tutti i pozzi sono buoni». Quando pronunciava queste parole in un'intervista per Vanity Fair, Lionel Levha non immaginava che nel giro di poche settimane sarebbe cambiato tutto. Che il prezzo del greggio sarebbe crollato e la corsa al petrolio in Italia sarebbe stata travolta dallo scandalo di un'inchiesta giudiziaria. Inchiesta che ha portato in carcere proprio lui, amministratore delegato di Total Italia, mandato a Roma da un decennio. Il tempo sufficiente per acquisire un ottimo italiano e la concessione per sfruttare “uno dei più grandi giacimenti a terra d'Europa”: Tempa Rossa, in Basilicata, dai cui pozzi ci si aspettavano 50.000 barili al giorno, da gestire insieme a Shell ed Exxon a partire dal 2011. “250 milioni di euro l'investimento fatto finora, altri 8-900 di qui al 2012”, diceva Levha. Che sintetizzava così le difficoltà e i tempi lunghi per arrivare a pompare greggio da Tempa Rossa: “L'Italia è un paese unico al mondo. I veri ostacoli? La burocrazia, la politica, la trattativa con i governi locali”.

Adesso il grande progetto si è incagliato su un misero scoglio locale: accuse di trucchi e mazzette negli appalti per realizzare il Centro Oli, ossia l'impianto di primo trattamento del greggio. E lo scandalo riaccende le polemiche su scavi e trivellazioni, che proliferano in Basilicata e in tutt'Italia. Già perché Total non è la sola a interessarsi al sottosuolo italiano, prima monopolizzato dall'Eni. Accanto a quest'ultimo, sono tanti a cercare, perforare, trivellare. Bucano in terra e in mare, spinti dalla fame mondiale di energia e alla faccia del protocollo di Kyoto: solo nel 2007 sono stati scoperti 11 nuovi pozzi, l’anno prima se ne erano trovati nove. E le richieste di permessi di ricerca si sono decuplicate in dieci anni: dalla Padania al canale di Sicilia, dalle colline abruzzesi alla Val di Noto, alla ricerca dei tesori del sottosuolo, che secondo Assomineraria nasconde 150 miliardi di euro in idrocarburi. Un tesoro che però non piace affatto agli abitanti del soprasuolo. A quelli che avevano il petrolio sotto i piedi e se lo sono trovato in casa.

Gli Emirati lucani

«Dite quello che volete, ma io la puzza la sento». La puzza è quella classica dell’uovo marcio, e viene dalla desolforizzazione del petrolio che si fa a Viggiano, piccolo paese della Basilicata che con i suoi tremila abitanti è da dieci anni la capitale del greggio d’Europa: quello della Val d’Agri, 90mila barili al giorno, il 75% della produzione italiana e circa il 5% del nostro fabbisogno energetico. Chi parla è Giuseppe, che è tornato ad aprire le finestre della sua casa con vista sul Centro Oli dell’Eni solo qualche anno fa: era andato a lavorare a Parma, dove aveva aperto un wine bar. Tornato “giù” per motivi di famiglia, non ha avuto la stessa verve imprenditoriale nel suo paese. Non lavora, per ora. Non che si aspettasse di trovare davvero il miracolo economico a Viggiano, ma certo un po’ deluso lo è. E a girare per le strade vuote dei paesi della Val d’Agri, a parlare con i pastori che cercano di tener le pecore lontane dalle aree recintate dei pozzi e con i contadini che si lamentano perché c’è meno acqua, sembra di essere lontani anni luce dall'ottimismo delle parole che ci aveva detto Levha: “Noi abbiamo un ottimo rapporto con la popolazione locale. Sono contadini di montagna, gente attaccata alla propria terra: devono convincersi del fatto che possono diventare dei piccoli Emirati». Se è così, perché la regione ha perso 6000 residenti negli ultimi cinque anni, la popolazione invecchia e, come ammette lo stesso presidente della regione, il democratico Vito De Filippo, «l’emigrazione intellettuale dei giovani laureati è la nostra piaga»?

Per capirlo, occorre fare un piccolo passo indietro. Saltare nella storia raccontata dal vivo da Marcello Colitti, un protagonista dell’Eni dei tempi di Mattei, che narra quel che succedeva negli anni Cinquanta quando la multinazionale, allora conosciuta al popolo come Agip, trovava qualcosa sottoterra. «Ogni tanto un povero paese aggrappato alle colline pelate dell’Appennino meridionale viene scosso da una notizia strabiliante: ‘L’Agippe ha trovato il petrolio!’. La notizia – scrive Colitti nel suo libro “Eni” (Egea editore) – produce automaticamente delle aspettative enormi. ‘Diventiamo tutti ricchi!’ Le voci vengono ampliate dai partiti al governo», e via con gli effetti a catena: «Cortei capitanati da sindaci e vescovi, bandiere e gonfaloni, intasano il corso e riempiono la piana. Uomini con la giacca nera e la faccia bruciata dal sole ascoltano discorsi, giuramenti che ‘la ricchezza non se ne andrà». Altri tempi, altra Italia. Quella che sognava lo sviluppo della grande industria: il petrolchimico con tutto il suo indotto. Decine di migliaia di posti di lavoro, dei quali adesso resta lo strascico di veleni e cattedrali chiuse o ancora aperte nel deserto: Gela, Melilli, Priolo, Pisticci (proprio qui in Basilicata, polo chimico ormai defunto) e su per la penisola fino al “petrolkiller” di Marghera. Adesso nessuno chiede più all’Agippe di fare la fabbrica accanto ai pozzi. «L’Italia vuole consumare ma non vuole l’industria. Prima chiedevano impianti e lavoro, adesso gli enti locali chiedono soldi», sintetizza Colitti. I soldi delle royalties, certo. Ma anche quelli frutto di accordi specifici fatti volta per volta, azienda per azienda. Apertamente, con accordi di programma, convenzioni, progetti. O sottobanco, come sospettano i giudici di Potenza.

Vivere di rendita?

Il fatto è che il petrolio non porta lavoro. Per il Centro Oli di Corleto Perticara, prima della bufera giudiziaria, Total prevedeva di assumere in tutto 150 persone. Numeri analoghi a quelli del Centro Oli già esistente a pochi chilometri, quello dell'Eni a Viggiano. «Nella fase di costruzione degli impianti di trattamento e dell’oleodotto, si è arrivati a occupare 1900-2.000 persone. Adesso, il Centro Oli ha 130 dipendenti Eni, per i due terzi lucani, più l’indotto», dice Leonardo Stefani, responsabile Esplorazione e Produzione dell’Eni per l’Italia. Piccoli numeri, com’è nella natura dell’industria petrolifera, «che ha alta tecnologia e basso contenuto di occupazione». Per questo, aggiunge Stefani, «le aspettative che si erano create erano superiori alle reali possibilità». «Il miracolo non c’è stato e non poteva esserci», ammette il presidente della Regione De Filippo. Adesso, sono un migliaio i lavori “da petrolio” in Val d'Agri, tra occupati diretti e indotto. L’entrata in funzione dell’oleodotto che porta il greggio a Taranto ha dimezzato il business ai padroncini dell’autotrasporto, che prima portavano il petrolio su gomma. Vanno bene invece i lavori edili e i servizi: in primis bar, ristoranti, alberghi. Come quello diocesano Theodokos, che accoglie i pellegrini nei giorni della festa della Madonna e i tecnici Eni tutto l’anno. Qui ci riceve don Paolo, parroco di Viggiano. Che si guarda intorno e dice: «Non riesco a immaginare l’economia del paese senza l’Eni». Eppure: «Si capisce che c’è qualcosa di precario nell’aria. Abbiamo già perso la sfida dell'industrializzazione e quella della ricostruzione post-terremoto. Adesso rischiamo di perdere anche quella del petrolio. Cosa succederà tra venti anni, quando il petrolio finirà? Saremo in grado di vivere senza stampelle»?

Le stampelle di cui parla Don Paolo sono milionarie. Le royalties, fissate finora al 7% del prezzo del barile, hanno portato nelle casse di Regione e comuni 90 milioni di euro nel 2007. Non è poco, per un territorio grande quanto un quartiere di Napoli. E con l’accordo con Total dovrebbero salire ancora: la multinazionale francese ha aggiunto alle royalties fissate per legge altri 50 cent al barile, più una serie di altre spese di “promozione” per la Regione. Una rendita vera e propria: come è stata utilizzata finora? Per capirlo, bisogna inoltrarsi nei meandri della spesa pubblica e nel labirinto delle decisioni locali. Dalle quali emerge il netto predominio della spesa per infrastrutture e costruzioni: il “ciclo del cemento - dice il segretario di Legambiente della Basilicata Marco De Biasi - “è stato l'unico beneficiario della rendita da petrolio”. Strade, marciapiedi, centri polisportivi, strutture alberghiere, piscine, chiese, centri per anziani, ludoteche, box interrati... nell'elenco dei progetti dei Comuni si trova di tutto, anche la voce “ippoterapia”. Ma guardando i (pochi) bilanci disponibili, ci si accorge anche che la spesa molto spesso resta sulla carta: dei 73 milioni di spesa per infrastrutture programmati dai Comuni dall’inizio del programma, ad oggi ne sono stati spesi 11. A Viggiano dei 2,7 milioni di euro programmati per le infrastrutture, ne sono stati spesi solo 80.000. Così il miracolo è rimasto depositato in banca.

Finché non è arrivata la tempesta di questi giorni. Quella visibile, con lo scandalo giudiziario. E quella meno nota, iniziata nella Conferenza Stato-Regioni: dove è in atto uno scontro all'arma bianca tra le regioni petrolifere e il governo, dato che quest'ultimo vuole prendersi una parte delle royalties, oltre ad avocare a sé i poteri in materia di autorizzazioni e concessioni. Di fronte a questa prospettiva, e dopo lo scandalo Total, si fa strada tra i politici lucani la richiesta di una moratoria a tutte le nuove trivellazioni e ricerche. “Finalmente”, è il coro che si leva dalle associazioni ambientaliste, che però avvertono: “Attenti al fumo negli occhi, non guardate solo al malaffare ma anche ai danni all'ambiente e alla salute”, dice un comunicato della Ola (organizzazione lucana ambientalista).

L’oro verde

«Vede le linee su questa cartina? Girano attorno ai pozzi». La cartina è quella del neonato Parco naturale della Val d’Agri, progettato ancor prima che si scoprisse il petrolio sotto la valle ma nato solo qualche mese fa. Il Parco ha perimetro strano, spiega Giuseppe Priore, presidente della Protezione civile a Viggiano ed ex assessore all’ambiente. I suoi confini sono «a uso e consumo dell’Eni»: girano attorno ai pozzi. Lo stesso strano gioco sui confini del Parco viene denunciato a proposito degli impianti Total. Eppure il Parco – paradosso ambientalista – potrebbe prendere i soldi del petrolio. Così come ne possono beneficiare i progetti di sviluppo rurale seguiti dal Gal, “Gruppo azione locale”: «Piccoli progetti, che richiedono pochi soldi ma molto tempo e costanza. E’ un modello di sviluppo dal basso, che cozza con quello del petrolio», spiega Ennio Di Lorenzo, del Gal. Ennio è un ambientalista, e racconta della fatica per ottenere quel Parco dagli orli bizzarri, malvisto anche dalle popolazioni. Lavora sulle rive di un lago splendente, il Centro Oli di Viggiano con la sua puzza di uovo marcio è a due passi ma sembra lontanissimo. E' proprio sugli impianti del Centro Oli che si concentrano le preoccupazioni degli ambientalisti: lì che il petrolio “amaro” viene trattato, per separarne lo zolfo, prima di mandarlo in raffineria. Tra gli effetti collaterali, le emissioni in atmosfera di sostanze tra cui l’idrogeno solforato, agente tossico. «I dati sono rassicuranti», dice il presidente della Regione: assicurano che le emissioni sono sotto la soglia di legge. Ma i dati li dà l'Agrobios, società controllata dalla stessa Regione che ha un interesse economico oggettivo nell'estrazione del greggio.

Abruzzo amaro

Saliamo di qualche centinaio di chilometri, in Abruzzo, nuova frontiera del “Texas italiano”, dove ci sono permessi di esplorazione sul 35% del territorio, e dove una recentissima decisione del governo ha sbloccato la corsa all'oro nero. Tutto ruota attorno a un progetto dell'Eni, che nel 2001 ha scoperto un tesoretto nei pozzi “Miglianico 1” e “Miglianico 2”: 7.000 barili al giorno tra le colline del Montepulciano. Abbastanza da farne il cuore di un nuovo polo minerario-petrolifero, al servizio del quale l'Eni ha progettato un altro Centro Oli, localizzato a Ortona: a due passi dai pozzi e dal porto, ma anche dai centri abitati e dai vigneti del Montepulciano. Si scatena la polemica, insorgono gli ambientalisti, si dividono gli amministratori: chi si schiera per il Centro allettato dai posti di lavoro e dalle royalties, chi contro. E la lista dei contrari, come si può leggere sul sito del Comitato Natura Verde ad hoc costituito, è una lenzuolata.

«Quando ho saputo di questo progetto, non ci potevo credere. Come, in Florida persino il fratello di Bush si era spinto a vietare le piattaforme vicino alle coste, e in Italia accettano di avere gli ombrelloni con vista sulle piattaforme e impianti pericolosi vicino le case?». Maria Rita d’Orsogna è una pasionaria no-oil. Figlia di emigranti abruzzesi, è nata negli Stati uniti, poi è tornata a Lanciano, per laurearsi in Italia e poi andare a far ricerca (in fisica) in California. Più che un cervello in fuga, è un cervello pendolare. Da Los Angeles adesso combatte contro il Centro Oli di Ortona, producendo dossier, facendo conferenze, girando per i paesi, incontrando anche i vertici della multinazionale del petrolio: “Mi hanno detto che sono troppo giovane per capire, che per colpa mia il popolo abruzzese potrebbe restare senza riscaldamento”. Viste le polemiche, la provincia di Chieti ha pensato bene di usare una prestigiosa risorsa che ha in casa: l’istituto scientifico Mario Negri Sud, a cui ha affidato una valutazione rapida dell’impatto sull’ambiente, la salute e l’economia. Risultato: l’Eni aveva sottostimato da 5 a 20 volte le ricadute al suolo delle sostanze emesse. «Sulla base degli stessi dati forniti in tempi diversi dall’Eni, abbiamo rilevato una contraddizione - spiega Tommaso Pagliani, responsabile del Centro di ricerche ambientali del Mario Negri Sud - Anche con i nuovi dati, saremmo dentro i limiti di legge. Ma abbiamo chiesto studi più approfonditi sui venti, una valutazione di impatto sanitario sull’esposizione prolungata a queste sostanze, e soprattutto dell’impatto sugli ecosistemi». Sul territorio, oltre e più che sulle persone. «Quelle conclusioni derivavano da un confronto tra i modelli fatto in modo improprio. Abbiamo risposto alle osservazioni, e abbiamo chiarito il perché di quelle differenti valutazioni», dice Stefani. Per lui l’istruttoria tecnica è conclusa, adesso la decisione è politica.

Già, ma di chi? La Regione Abruzzo, prima di essere travolta dallo scandalo della sanità che ha portato in carcere il suo ex presidente Del Turco, aveva messo una moratoria all'impianto di Ortona fino alla fine di quest'anno. E in campagna elettorale anche il neoeletto presidente Gianni Chiodi, del centrodestra, si era schierato contro la costruzione del Centro Oli. Ma pochi giorni dopo la chiusura delle urne, c'è stato il colpo di scena: il consiglio dei ministri ha impugnato le legge abruzzese, avocando al governo ogni decisione in nome dell'interesse nazionale. E' il nuovo corso del petrolio, che il governo centrale vuole togliere alle Regioni e ricondurre a sé.

E se lo Stato allunga le mani sul petrolio che è sottoterra, era già nella sua potestà tutto quel che è nel mare: come il giacimento che si è aggiudicata l'inglese Medoil proprio di fronte ad Ortona, con vista dalla costa dei “trabucchi”. Attorno alla piattaforma di Medoil, “Ombrina 2”, all’inizio dell’estate, gli ambientalisti hanno organizzato un corteo di barche: per protestare ma anche per vedere un po’ meglio da vicino. Sotto quella piattaforma “ci sono 20 milioni di barili”, valuta Sergio Morandi, plenipotenziario italiano di Medoil. Dove andranno quei 20 milioni di barili? Direttamente dal pozzo alla petroliera e da lì in raffineria o all’acquirente, prevede Morandi: «Ne viaggeranno una o due a settimana, poche rispetto alle tante che già solcano l’Adriatico».

 

In terra padana

“Qui vengono su circa 1.000 barili al giorno, da 3.200 metri di profondità”. Pozzo San Giacomo 1, attivo da tre anni, è l’ultimo del giacimento Cavone, scoperto nel ’73 ed entrato in produzione nell’80. Siamo nella pianura padana, più o meno dove l’avventura italiana del petrolio è cominciata, dalla scoperta del giacimento di Caviaga, a guerra ancora in corso, alla produzione della prima benzina tutta italiana, la Supercortemaggiore: non tanta, ma molto ben venduta ai politici e all’opinione pubblica dall’entusiasta Mattei nel ‘49. Pozzo San Giacomo, con la “cavallina” che pompa petrolio dalle viscere della terra, rimanda l’immagine classica dei campi petroliferi, molto di più dei rubinetti che chiudono le “teste di pozzo” altrove. “Qui la sicurezza è massima, alla più piccola perdita scatta l’allarme e si ferma tutto”, spiega l’ingegnere dell’Eni che ci accompagna. La memoria va al più grave incidente petrolifero italiano, quello di Trecate nella bassa novarese, dove durante la perforazione di un pozzo qualcosa andò storto e dalla terra un geyser di petrolio innaffiò per 36 ore campi, risaie e paesi circostanti. L’airone grigio del Parco del Ticino, imbrattato di greggio, divenne il simbolo del disastro: era il ’94, e il petrolio stava a 20 dollari al barile.

Quattordici anni dopo, si cerca ancora, seguendo le segrete mappe sismiche degli idrocarburi. Gli irlandesi di Petroceltic e i nord-irlandesi di North Petroleum scavano intorno a Trecate. Su presunti giacimenti di Ossola, in Lombardia, si sono accapigliate Edison e l’australiana Pve, per poi spartirsi i pozzi. Intanto i vecchi giacimenti di Piemonte, Lombardia ed Emilia Romagna chiudono o si avvicinano alla maturità, prima ancora di compiere venti anni. Ci ricordano che, tutto sommato, la vita del petrolio è brevissima.

Pubblicato su Vanity Fair del 7 gennaio 2009

La foto è di Rocco Rorandelli - http://www.terraproject.net/

Aggiungi un commento