Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La classe operaia va in pensione

Mercoledì, 17 Maggio 2017

Articolo pubblicato sui quotidiani locali del gruppo Espresso

Una crescita a bassa intensità, con qualche luce nel settore dell’industria manifatturiera che però non riesce a illuminare l’enorme settore dei servizi poco produttivi. E una società che presenta nuove diseguaglianze, nella quale conta sempre di più il luogo e la famiglia di nascita, mentre spariscono appartenenze un tempo forti, come quella degli operai e della piccola borghesia. La fotografia dell’Italia tracciata dal Rapporto annuale dell’Istat presentato ieri a Roma dal presidente Giorgio Alleva, conferma alcune verità già note (l’invecchiamento, la bassa produttività, il nuovo dinamismo delle esportazioni) ma soprattutto tenta un’operazione ambiziosa: classificare i gruppi sociali in Italia, dire come sono fatti, chi sta meglio e chi sta peggio.

La gelata. “La recessione del 2008 ha rappresentato per la ‘società liquida’ una grande gelata”, si legge nel Rapporto. La crisi ha bloccato la mobilità sociale, la possibilità di migliorare di status, e sono aumentate le diseguaglianze. Come se i tanti frammenti della società italiana si fossero cristallizzati: l’Istat cerca di classificare questi pezzi, raggruppando le famiglie sulla base di varie caratteristiche. Il reddito è la prima, quella più importante; ma ci sono anche la condizione professionale, la cittadinanza, il luogo in cui si vive, il titolo di studio… Viene fuori, innanzitutto, una grande divisione in due blocchi: in più di 10 milioni di famiglie, il 40% del totale, la figura di riferimento (il “capofamiglia”, si sarebbe detto una volta) non lavora, oppure lavora ma con reddito basso (è un lavoratore atipico o un operaio).

Operai bye bye. Andando più a fondo in questi due blocchi, ci sono poi nove sfumature di classi: al gradino più basso della scala sociale gli stranieri, al più alto la classe dirigente. E dove stanno gli operai e la piccola borghesia, quello che era il nerbo della società italiana? Non sono spariti, ma sono sparsi in vari gruppi. Gli operai, tra le famiglie a basso reddito (con stranieri, o solo di italiani), tra i “giovani blu collar”, o nel gruppo “famiglie degli operai in pensione”: queste ultime stanno messe molto meglio – a metà classifica, nella scala del reddito – laddove gli altri sono nelle fasce a rischio. Soprattutto, non hanno più un’identità di gruppo: il lavoro manuale, a bassa qualifica e a tempo indeterminato c’è ancora, ma non fa “una classe”, e ha molto in comune con altre categorie, come i lavoratori con contratto atipico. Soffre anche la piccola borghesia, in particolare le “famiglie tradizionali della provincia”, il cui benessere si è molto ridotto negli anni della crisi. Mentre sono cresciute le diseguaglianze, sia all’interno dei singoli gruppi che tra i gruppi stessi.

La pensione che tiene. La classificazione dell’Istat è fatta sulla base delle famiglie, dunque non evidenzia, per esempio, lo status dei giovani che non hanno ancora formato un proprio nucleo – e lo fanno sempre più tardi: il 70% degli under 35 vive ancora con i genitori. Ma fa vedere chiaramente che, se si esclude una fascia in sofferenza fatta soprattutto di donne anziane sole, “la pensione è un elemento che tiene il Paese”, come ha detto il presidente dell’Istat: come si è visto, gli operai in pensione stanno meglio dei loro figli, e c’è una categoria chiamata “pensioni d’argento” che è appena sotto quella più elevata, la “classe dirigente” (dirigenti, quadri, liberi professionisti, imprenditori e pensionati che hanno un titolo di studio alto e un reddito superiore del 70% alla media).

Donne e uomini, giovani e vecchi. Ma il Rapporto è ricco di molte altre cose. Tra i tanti numeri, l’occhio cade subito su quelli più caldi, i dati sul lavoro. L’occupazione è tornata a crescere nel 2016, ma il 95% dei nuovi posti di lavoro è nei servizi: l’industria è in ripresa, ma con meno lavoro e più macchine. L’occupazione per la prima volta aumenta anche tra i giovani; ma il loro tasso di occupazione è ancora di 10 punti sotto quello del 2008 (il primo anno di crisi), mentre l’aumento è ancora molto sbilanciato sugli over 50. La laurea, avverte l’Istat, è una protezione potente dalla disoccupazione: è occupato il 77,6% dei laureati, il 63,8% dei diplomati, e il 43% di chi ha al massimo la licenza media. Rispetto ai livelli pre-crisi, le donne stanno meglio (255.000 posti di lavoro in più), mentre gli uomini occupati sono oltre mezzo milione in meno rispetto al 2008.

 

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