Roberta Carlini

Giornalista, si occupa (quasi) di tutto a partire dall'economia

La forza del ministro Tria e quella del suo fuoco amico

Domenica, 16 Settembre 2018

 Editoriale pubblicato sui giornali locali del gruppo Gedi

L’assedio di settembre al ministro dell’economia non è una novità. Anzi, si potrebbe dire che è un grande classico della politica. Da sempre l’inquilino di via XX settembre è tra i più corteggiati e odiati dai colleghi di governo. Corteggiato, perché ha i cordoni della borsa. Odiato, perché non può accontentare tutti. Così, il ruolo che da vari governi, e anche stavolta, è stato affidato a un tecnico diventa super-politico.

Giovanni Tria, strattonato dai due azionisti del governo sulla manovra, giovedì rinsaldato con chiodi d’acciaio dalle parole del governatore della Bce, e subito dopo tornato sotto pressione per il caso Consob e il nuovo fronte aperto da Salvini in Europa, non sfugge alla regola. Ma con alcune novità importanti. È arrivato alla carica di ministro dell’economia quasi per caso, come tecnico non conosciutissimo, pescato dall’università e insediato al posto del candidato “naturale” (dalla Lega) Paolo Savona; ma è uscito presto dalle retrovie, conquistando un ruolo e visibilità crescenti, come interlocutore unico di tutti quelli che chiedono moderazione all’Italia: Commissione europea, Bce, Quirinale, Confindustria, vaste aree del mondo del business. Moderazione in questo caso vuol dire rispetto dei vincoli, delle forme e metodi dettati da Bruxelles: il contrario di quello che i due azionisti del suo governo hanno promesso e continuano a dire, muovendosi come panzer e per giunta in direzioni opposte. Con un po’ di fantasia e qualche azzardo non sempre morale (come il condono fiscale), Tria potrebbe anche riuscire nell’impresa di tener buona la Ue e racimolare soldi per mettere nella finanziaria un po’ di reddito di cittadinanza o un abbozzo di flat tax: ma tutte e due le cose insieme, più la cancellazione dell’aumento dell’Iva, sono impossibili.

Ormai  è chiaro che le proposte di politica economica di Lega e M5S sono opposte su tutti i temi chiave. La conciliazione sarebbe affidata alla figura del premier, che però finora non ha saputo, voluto o potuto svolgere quel ruolo. Che è passato al ministro Tria, di fatto il vero ago della bilancia e arbitro. Non per protagonismo, ma perché si trova nel posto in cui si scrive il bilancio dello Stato, e negli uffici dai quali si bandiscono le aste dei titoli pubblici. L’anno prossimo dovranno essere rifinanziati 380 miliardi di debito, nel 2019 altrettanti: se il conto non salirà, com’è successo negli ultimi mesi per via dei “danni” provocati dalle parole dei suoi soci. Paradossalmente, ogni proclama al vento dei due politici del governo rende più difficile il lavoro del ministro dell’economia ma allo stesso tempo ne rafforza il ruolo. Ma tutti i paradossi tecnici o politici, prima o poi esplodono. Potrebbe succedere sulla manovra, oppure sull’unico terreno nel quale i due alleati-nemici sono d’accordo, l’occupazione dei posti chiave dell’economia, anche laddove sarebbero richiesti indipendenza e terzietà. Da Consob ad Antitrust, dalle partecipate all’Istat, nelle prossime settimane sarà riscritta la mappa del potere economico. E si misurerà la forza del ministro e quella del suo fuoco amico.

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